Sul cosiddetto “dress code” nelle scuole “si rischia di dare soltanto una verniciatura” che non risolve il problema del decoro e della sessualizzazione precoce degli studenti, in particolare delle ragazze. E questo perché, più che calare le regole dall’alto, bisognerebbe “affrontare il tema alla radice, cambiare il nostro modello di sviluppo, analizzare noi stessi”. A denunciarlo a La Tecnica della Scuola è Graziella Priulla, sociologa e saggista, che ribalta la prospettiva sulle nuove regole in materia di abbigliamento emanate da molti dirigenti scolastici. Come spiegato da questo giornale, molte circolari hanno vietato abiti “succinti”, come “magliette corte, abiti scollati, attillati o trasparenti”, indicati più “per uno stabilimento balneare che per una istituzione scolastica”. Le cose, però, sono più complicate di così.
Secondo Priulla occorre partire dal fatto che l’abbigliamento è un vero e proprio linguaggio, “e come tale andrebbe studiato, come i codici digitali, le canzoni e mille altre cose di cui noi adulti sappiamo troppo poco”. Per molti ragazzi, è un modo per esprimere la propria libertà, “anche se sarebbe il caso di discutere su questo concetto, su come questa libertà dipenda sempre più spesso da condizionamenti che vengono da fuori, e su come gli adolescenti – maschi e femmine – li assumano senza rifletterci troppo”. D’altra parte, anche sul concetto di “sobrietà” occorre mettersi d’accordo. “Nella maggior parte dei casi si rivolge soltanto alle ragazze, che non devono essere scollate, portare shorts e gonne corte, o abiti troppo aderenti. Una distinzione tra maschi e femmine che si perpetua da migliaia di anni“.
A proposito delle ragazze, per la sociologa il rischio di una sessualizzazione precoce legata all’abbigliamento è solo la punta dell’iceberg. “Durante le mie ricerche ho raccolto quasi 4.000 immagini in cui il corpo della donna – anche bambina – viene trattato da oggetto sessuale“. A dettare le regole, insomma, è il mercato. “Ci sono realtà che promuovono la lap-dance per bambini. Ci sono estetiste per la fascia di età 3/12 anni. Ci sono creme anticellulite per l’infanzia. È un business sterminato, che viene coltivato con grande spregiudicatezza”. Per non parlare di esempi ancora più inquietanti. “Esistono costumi di Carnevale da infermiera sexy per bambine di sei anni. Esistono gruppi social in cui le bambine vengono addestrate a mostrarsi in pose ammiccanti per raccogliere più like. Di questo, però, non si preoccupa nessuno”.
Il tema, prosegue la sociologa, è ben più ampio di quanto possa sembrare. “Recentemente si sta prestando molta attenzione al tema del dress code, anche dal punto di vista del rischio della sessualizzazione. Ma esistono pure i rischi legati a un consumismo esasperato che porta all’ostentazione del denaro, che parte già all’asilo, dove i bambini cercano già lo zainetto, le scarpe, gli abiti firmati“. Un atteggiamento che, a detta di Priulla, trova riscontro anche nell’approccio consumistico delle famiglie. “La logica è che chi è più ricco vale di più, mentre chi è povero non vale nulla. Questo a mio avviso è altrettanto perverso e devastante dell’orrendo utilizzo del corpo della donna, e rientra nello schifo del commercio contemporaneo, che venderebbe qualsiasi cosa, persino la dignità dei ragazzi“.
A fronte di ciò, la scuola non sembra essere in grado di dare risposte efficaci e coerenti. “Prima di tutto va detto che non è più considerata un luogo autorevole, da rispettare. L’utilizzo di registri di abbigliamento consoni al contesto – non vado in bikini in tribunale, non vado in ciabatte a un matrimonio – per la scuola non vale più perché i ragazzi le attribuiscono ben poca autorevolezza”. Anche l’approccio al tema della sessualità e delle relazioni affettive, del resto, tradisce un gap che è lontano dall’essere superato. “A me è stato chiesto di fare dei corsi di educazione socioaffettiva sul tema nelle scuole, pregandomi però di non usare direttamente le parole sesso e genere. Come se tutti i ragazzi non avessero in mano un telefono dove i siti pornografici compaiono regolamente nelle cronologie”.
Una prudenza che rischia di tagliare la scuola fiori dal processo educativo. “Esistono ricerche sull’immagine di sé dei pre-adolescenti e degli adolescenti. Quando gli ormoni cominciano a scatenarsi, cosa che ormai avviene già tra i nove e i dodici anni, la formazione sessuale si compie quasi esclusivamente attraverso le reti digitali, e non attraverso la famiglia o la scuola”. Il paradosso, conclude la sociologa, è che da parte dei giovani la disponibilità a un confronto schietto con gli adulti su questi temi ci sarebbe, anche attraverso le scuole. “C’è una contraddizione tra un’educazione sessuale fatta sui siti porno e l’esigenza di scoprirsi emotivamente, sentita moltissimo dalle ragazze, un po’ meno dai ragazzi. È di questo che dovremmo parlare, più che di una maglietta troppo attillata o di uno shorts troppo corto”.