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È il ceto a decidere che superiori si faranno?

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Linkiesta.it fa opera meritoria mettendo a nudo, con una semplice e razionale inchiesta, quali scelte i ragazzi saranno costretti a fare, dopo la terza media, indotti in questo, non già dalle loro capacità e vocazioni, ma più semplicemente per causa della provenienza sociale ed economica dei genitori. È in questo primo snodo, finite elementari e medie, che l’Italia, dice Linkiesta.it, misura la sua capacità di offrire pari opportunità educative agli studenti e fare della scuola un luogo in cui appianare le disparità sociali.
Ma basta entrare in una qualsiasi terza media del centro o una della periferia milanese per accorgersi che ancora oggi, nella maggior parte dei casi, «il destino scolastico futuro degli alunni viene progressivamente segnato dalle origini sociali, delle quali non portano alcuna responsabilità». Ma non solo, secondo il professor Daniele Checchi, docente di Economia politica dell’Università degli studi di Milano, anche gli insegnanti sono i primi a farsi influenzare dalla classe sociale di appartenenza del ragazzo nei consigli orientativi. Il tutto in un sistema di istruzione secondaria diviso per indirizzi ben distinti tra loro e dove la scelta della “filiera”, avviene tra i 13 e i 14 anni, «un’età in cui l’influenza dei genitori è ancora forte».
Basandosi proprio sullo studio, del 2008, di un campione di studenti lombardi di terza media, ha evidenziato l’influenza di tre fattori sulla scelta della scuola superiore: background familiare, competenze e voti, contesto sociale. Lo ha fatto in tutte e tre le fasi della scelta: il momento dell’orientamento scolastico, la preiscrizione (ora non c’è più) e l’iscrizione definitiva. Si è accorto, ad esempio, che già nella fase di orientamento, «gli insegnanti nel formulare i loro consigli non si limitano ad una valutazione delle risultanze scolastiche oggettive dei ragazzi (come risulterebbe dai voti e dai test attitudinali), ma tengono anche conto della famiglia di provenienza». Cioè, sono gli stessi insegnanti ad essere per primi sensibili «alle pressioni direttamente o indirettamente provenienti dall’ambiente circostante». Del fenomeno, Checci propone due letture. Una positiva, che vede gli insegnanti «preoccupati che le famiglie non riescono fornire il supporto economico necessario a intraprendere carriere più lunghe e rischiose», l’altra, negativa, è che gli insegnanti assecondano troppo le aspirazioni dei genitori.
E sempre sulla base dei suoi studi ha notato che “il figlio di un genitore laureato ha una probabilità nulla di ricevere un orientamento verso la formazione professionale e molto raramente (meno del 10%) una indicazione di un istituto di formazione professionale. È invece possibile l’opposto: il figlio di genitori analfabeti (che sono meno del 2% del campione) ha una probabilità su cinque di ricevere l’indicazione di un liceo”.
Valutando il peso delle competenze dei ragazzi nei consigli di orientamento dei professori, Checchi sottolinea come «un buon possesso delle competenze dei ragazzi risulta cruciale nel differenziare la carriera: la probabilità dell’orientamento verso la formazione professionale declina con il crescere delle competenze, mentre si accresce inversamente la probabilità di essere indirizzati verso i licei». Eppure, sottolinea il professore, «anche in questo caso il titolo di studio dei genitori continua a rimanere rilevante».
E infatti è stato notato il maggiore peso del grado di istruzione dei genitori rispetto alle competenze dei ragazzi nei consigli di orientamento scolastico (i coefficienti relativi mantengono lo stesso ordine di grandezza)
Al momento della preiscrizione, «notiamo – spiega Daniele Checchi – che sia i figli di genitori laureati che i figli di genitori che hanno completato l’obbligo tendono ad essere spinti all’insù, probabilmente per motivazioni differenti: i figli dei genitori con l’obbligo ricevono una pressione legata al desiderio del “riscatto sociale” per una scolarità mancata nella generazione dei genitori; i figli dei genitori laureati invece vengono spinti dall’idea che l’ambiente familiare possa compensare un eventuale scarso risultato scolastico». «Possiamo quindi parlare di un sistema scolastico efficace nel selezionare gli individui verso le carriere scolastico-lavorative più adeguate alla loro preparazione?», si chiede Checchi.
La risposta è negativa. «La scelta di indirizzo degli studenti parte da una allocazione poco oggettiva derivata dall’orientamento degli insegnanti e viene ulteriormente distorta (in senso di rafforzamento della componente familiare) nelle scelte di preiscrizione dei figli». Un destino, quello scolastico, «segnato progressivamente dalle origini sociali, che si riflettono «nella diversa disponibilità ad intraprendere carriere scolastiche più o meno esposte al rischio di fallimento». «La ricerca accademica mostra come la ricchezza familiare continui ad essere un fattore determinante nelle scelte scolastiche, in quanto le famiglie più ricche sono caratterizzate da una minore avversione al rischio».
Il professor Francesco dell’Oro, responsabile del Servizio Orientamento del comune di Milano, offre un dato su tutti, scrive ancora Linkiesta.it.
Tra le 584 richieste di aiuto di ragazzini delle scuole superiori ricevute nell’ultimo anno dal suo ufficio, il 56 per cento proveniva dai licei classico e scientifico. Adolescenti desiderosi di cambiare indirizzo scolastico. «O i ragazzi fanno scelte non consapevoli – commenta Dell’Oro – oppure i genitori fanno troppe pressioni. Mi accorgo che spesso è vera la seconda, soprattutto quando si tratta di professionisti: ingegneri, medici, i più in difficoltà nell’accettare per i figli un corso di studi diverso dal liceo classico o scientifico e prevenuti addirittura anche verso i licei delle scienze umane».
«Si considerano gli istituti tecnici scuole di serie b. Ed è un paradosso. Perché chi ha un livello culturale medio-alto, dovrebbe avere l’apertura mentale sufficiente a uscire da un sistema di gerarchie scolastiche del tutto opinabile. Anche gli istituti tecnici, se fatti bene, offrono la preparazione necessaria per frequentare l’università».
Piuttosto, precisa il professore, è il tasso di abbandono scolastico a dimostrare le disuguaglianze di opportunità educative che ancora permangono nella scuola italiana. E a mostrare che la scuola, per come è fatta, non funziona. Dell’Oro cita il rapporto Noi Italia 2013 dell’Istat, dove emerge che il 18,2 per cento dei 18-24enni ha abbandonato gli studi prima di conseguire il titolo di scuola media superiore, contro il 13,5 per cento dei paesi Ue (il dato si riferisce al 2013).
Sempre secondo l’Istat, Annuario statistico italiano 2012, a conclusione del secondo ciclo di istruzione, il 97,9 per cento degli studenti ammessi a sostenere l’esame di Stato consegue il diploma di istruzione secondaria superiore nel 2010. Ma la riuscita all’esame di Stato è più elevata tra gli studenti dei licei classici e scientifici (99,1 e 99,0 per cento), mentre è più bassa tra gli studenti dei licei linguistici (95,2 per cento), degli istituti tecnici (97,0 per cento) e degli istituti professionali (97,1 per cento).
«La scuola non deve essere pensata solo per i più bravi», incalza Dell’Oro, «deve riuscire ad accompagnare fino alla fine del percorso anche i mediocri. Ma il nostro sistema, così imbrigliato in una rigida divisione delle materie, non aiuta i ragazzi a scoprire passioni e capacità. Per questo servirebbe almeno un intero anno orientativo, in cui ciascuno si metta alla prova in più materie, per scoprire con maggiore autonomia dai genitori il percorso più adatto. Altrimenti, alle superiori continueremo a registrare un forte disagio scolastico».