Breaking News
12.08.2025

Educazione ambientale: nucleare civile, falsa alternativa ai fossili. Docenti e studenti devono saperlo

In Italia i corsi di aggiornamento per l’educazione ambientale (riguardante anche l’educazione civica) sono organizzati talora sotto l’egida di grandi multinazionali dell’energia. Nulla di strano, in apparenza: è immaginabile, infatti, che un’azienda fornitrice di energia sia competente per tutto quanto riguardi l’energia stessa, compresa la tutela ambientale contro i danni derivanti dalla produzione energetica. Il problema è l’interesse che l’azienda in questione potrebbe avere nel confondere le tracce delle proprie responsabilità riguardo alla mancata tutela dell’ambiente.

Può il lupo insegnare ai pastori come custodire il gregge?

Ci spieghiamo meglio: se una multinazionale ricava la massima parte dei propri profitti dall’estrazione e commercializzazione di combustibili fossili (carbone, gas, petrolio, principali responsabili del surriscaldamento globale), è credibile che la medesima multinazionale si presenti come tutrice dell’ambiente? O il suo è puro e semplice greenwashing (ossia quell’insieme di tecniche propagandistiche che le multinazionali del fossile usano dagli anni ‘70 per nascondere l’impatto ambientale delle proprie attività — del quale sono perfettamente consce da 50 anni — mediante un ecologismo di facciata)?

Nel nucleare investono le compagnie che si arricchiscono con le fonti fossili

Una delle strategie, messe in atto dalle multinazionali energetiche per ritardare il più possibile l’abbandono delle fonti fossili d’energia, è proprio la spinta verso l’energia nucleare civile: nei corsi di cui sopra se ne parla spesso. Col sostegno al nucleare civile (spesso appoggiato dai governi) le corporations ottengono, infatti, più piccioni con una fava. Primo piccione: riescono a farsi credere favorevoli all’abbandono delle fonti fossili (apparendo quindi green). Secondo piccione: continuano a macinar profitti investendo anche sul nucleare (come ENI, che costruirà nel Regno Unito l’impianto più grande al mondo per la fusione nucleare, e come anche ENEL, Ansaldo, Leonardo, Nuward, Rolls-Royce, GE Hitachi, NuScale Power e Westinghouse). Terzo: continuano a ritardare l’abbandono concreto del fossile, confidando negli almeno 13-15 anni necessari per realizzare e mettere in sicurezza ciascuna nuova centrale nucleare.

Quarto: continuano a ottener dai governi la gestione tecnica delle centrali con denaro pubblico (mentre eolico e solare toglierebbero loro questa egemonia, perché produrrebbero energia mediante piccoli impianti decentrati sul territorio, favorendo la partecipazione di più soggetti — comunità energetiche e singoli cittadini — e riducendo la dipendenza dalle grandi compagnie). Quinto: si presentano come disponibili a produrre energia “pulita” (salvo possibili incidenti, dalle conseguenze irreparabili).

La gestione del nucleare civile rende potenti i gestori

Il nucleare civile, inoltre, dà a chi lo gestisca un altro grande potere: la connessione tecnica col nucleare militare (e la medesima tecnologia), nonché la potenziale conversione di materiale nucleare dall’uso pacifico a quello bellico. Lo dimostra il fatto che, tra le aziende citate, alcune producono armamenti sofisticati: Leonardo S.p.A. ne è il primo produttore dell’Unione Europea; Rolls-Royce produce motori per carri armati e per aerei militari; Westinghouse ha prodotto armamenti in passato. Lo prova inoltre anche la preoccupazione internazionale per il programma iraniano di sviluppo del nucleare civile.

L’Australia abbandona il nucleare: costa troppo

D’altronde, se davvero l’energia nucleare fosse conveniente, tutti i Paesi del mondo la vorrebbero. Invece crescono quelli che la rifiutano. Ultima l’Australia, che nello scorso dicembre ha deciso d’abbandonare il nucleare civile perché economicamente non conveniente nemmeno se le centrali potessero produrre energia per 60 anni. Secondo l’agenzia scientifica nazionale australiana (CSIRO, Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization), la generazione elettrica fotovoltaica ed eolica è l’opzione più economica.

Le rinnovabili costano metà del nucleare. Le scorie radioattive pericolose per millenni

Un impianto nucleare di nuova generazione, difatti, in 60 anni, costerebbe 141,9 dollari per megawattora (MWh) di elettricità prodotta. Per contro, un progetto solare della durata di 60 anni produrrebbe elettricità al costo massimo di 43,4 dollari per MWh, compreso il costo di una ricostruzione completa dopo 30 anni: meno di un terzo del nucleare. Un parco eolico di 50 anni, d’altronde, compresa la ricostruzione dopo 25 anni, costerebbe fino a 69 dollari per MWh: meno della metà del costo dell’energia prodotta col nucleare.

Per non parlare dei costi esorbitanti della messa in sicurezza delle centrali nucleari, e degli oneri inestimabili di eventuali — e sempre possibili — incidenti, nonché delle spese necessarie per stoccaggio e conservazione in sicurezza delle scorie per migliaia di anni.

Tanti Paesi (tra cui la Germania) abbandonano il nucleare. E l’Italia?

Australia a parte, l’energia nucleare non viene prodotta nemmeno da Austria, Cipro, Danimarca, Estonia, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Polonia e Portogallo. Spagna, Svizzera e Taiwan hanno deciso di non costruire mai più nuove centrali. La Lituania ha chiuso l’ultima centrale nucleare nel 2009; la Germania ha chiuso le proprie ultime tre nel 2023. Il Kazakistan ha interrotto il proprio programma nucleare civile. In controtendenza il governo italiano, il quale, nonostante due referendum popolari (1987 e 2011) vuol tornare — e presto — al nucleare.

I docenti devono tenere a mente quel che sanno, e portare questa conoscenza nelle classi, perché primo scopo della Scuola di un Paese libero e democratico è la coscienza critica, che sul sapere — analitico e critico — è fondata.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate