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Esami di Stato in presenza: qualcuno si è chiesto quanti docenti dovranno spostarsi?

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Ci uniamo alle voci di protesta che si sono già levate contro l’ O.M. del 17 maggio 2019 che disciplina l’Esame di Stato in presenza. Concordiamo con gli insegnanti, gli studenti e le poche sigle sindacali che hanno espresso forti perplessità in merito alle scarse garanzie di sicurezza contenute nel documento sicurezza emanato dal Comitato Tecnico Scientifico.

In particolare ci preoccupa la visione espressa dal coordinatore del C.T.S. che ha chiaramente definito gli Esami di stato in presenza un test per il futuro rientro a scuola. Abbiamo provato cosa significhi essere parte di un esperimento con le assunzioni lotteria su base nazionale  della l. 107, presentate come l’ultima chance per entrare di ruolo dopo anni di precariato.

“Test” quindi non ci sembra proprio un termine rassicurante durante la fase 2 appena iniziata con una situazione epidemiologica ancora instabile e diversificata e con il paese comunque in stato di  emergenza dichiarata fino al 31 luglio. Poco rassicurante anche l’ennesima autodichiarazione richiesta.

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Ci preoccupa l’idea che al personale ATA vengano affidate attività di pulizie di routine tra le quali rientrerebbero anche le pulizie di maniglie oggetti, pc e quant’altro, perchè sappiamo bene che questo tipo di pulizie non sono di routine giornaliera negli edifici scolastici perennemente carenti di personale.  Quale carico di responsabilità viene affidato loro?

Ci chiediamo perché le voci dei docenti, del personale ATA e degli studenti non vengano mai ascoltate.

Perché il 19 maggio invece di fare opposizione alle scelte del MIUR i sindacati che siedono alle contrattazioni (CGIL, CISL, UIL, SNALS, ANIEF) hanno firmato un protocollo sicurezza di intesa che suona tanto come l’ennesimo accordo senza contraddittorio? Ma davvero dovremmo sentirci rassicurati dall’istituzione di un help desk per le istituzioni scolastiche attraverso l’attivazione di un numero verde? Oppure sentirci rassicurati dalla costituzione di un Tavolo nazionale permanente, composto da rappresentanti del Ministero e delle organizzazioni sindacali, con funzioni di verifica dell’attuazione del Documento tecnico scientifico presso le istituzioni scolastiche? Oppure ancora dalla presenza fisica del personale della Croce Rossa, anche al fine di vigilare su eventuali sintomatologie COVID-19 che si dovessero manifestare nella sede d’esame?

Cosa accadrà se qualcuno si ammala?

L’esame di stato sarà privo degli scritti e già completamente snaturato: cosa si vuole dimostrare costringendo un milione di persone a spostarsi (tra studenti e accompagnatori) più tutti i docenti e i presidenti esterni (almeno altre 200 mila persone)? Il tutto per assistere ad un colloquio con mascherine, ansie e preoccupazioni che non sono le solite sane ansie e preoccupazioni da esame, mettendo in pericolo la salute solo  di una parte della comunità scolastica.

Si vuole forse dimostrare di poter fare anche in emergenza? Quando per tre mesi le scuole sono rimaste chiuse senza alternative possibili perché oltre alle difficoltà oggettive della pandemia le scuole del nostro paese, martoriate da anni di cattive politiche e tagli, hanno davvero molte altre difficoltà in aggiunta?

Ci sembra che chi decide, come sempre d’altronde, non sia mai entrato nelle scuole del nostro paese, soprattutto in quelle del centro sud, in zone di periferia, dove gli spazi e le strutture non sono adeguati, carta  igienica e sapone il più delle volte vengono  acquistati dai genitori e in alcuni plessi vi è un’unica entrata che funge anche da unica uscita.  Quelle stesse scuole che, probabilmente, non resisterebbero ad una  forte scossa di terremoto.

Aggiungiamo a tutto ciò il tassello delle docenti e dei docenti che sono titolari lontano dalle proprie sedi di residenza: un numero elevato che dovrà spostarsi avanti e indietro. Cosa accadrebbe loro se dovesse verificarsi un caso di contagio durante gli esami? Quarantena a km di distanza e per tutta l’estate? Quali diritti hanno questi docenti lontani dai propri affetti? Nessun diritto come sempre. Ci si preoccupa di contingentare gli spostamenti e la mobilità dei candidati all’esame e non quella dei docenti che dovranno compiere spostamenti ben più ingenti. Pur di tacere il problema della migrazione delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola si fa finta di nulla. D’altronde ci è sembrato che i diritti della categoria dei docenti, come quelli del personale ATA, siano stati completamente ignorati durante la conferenza stampa della Ministra e del comitato tecnico scientifico del 17 maggio, quando largo spazio ha invece avuto una retorica politica paternalistica ma, ribadiamo, davvero molto poco rassicurante. Sarebbe invece molto più utile e proficuo convogliare tutte le risorse che verranno impiegate nella realizzazione dell’esame in presenza sulla programmazione e organizzazione dell’avvio del prossimo anno scolastico.

 

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