Nasceva esattamente 77 anni fa il primo grande tentativo di riformare la scuola della Repubblica cercando di renderla coerente con i principi democratici sanciti dalla Costituzione del 1948.
Alla fine della guerra mondiale il sistema scolastico italiano si trovava in una situazione estremamente difficile. Gli edifici scolastici erano spesso distrutti o gravemente danneggiati dai bombardamenti, il corpo docente doveva fare i conti con le conseguenze del conflitto e l’intera legislazione scolastica risultava ancora fortemente segnata dall’eredità del regime fascista.
Per la verità egli anni precedenti vi erano stati interventi urgenti per garantire la ripresa dell’attività didattica. Tra questi ebbe un ruolo importante il lavoro condotto dalla sottocommissione guidata dal pedagogista statunitense Charleton Washburne, allievo di John Dewey, che predispose nuovi programmi scolastici e promosse l’abbandono del Libro unico di Stato. I nuovi programmi erano ispirati ai valori della democrazia, della libertà d’insegnamento e della rinascita civile del Paese, ma le difficili condizioni materiali della scuola italiana ne limitarono fortemente l’applicazione.
La Costituzione e la nuova idea di scuola
Con l’approvazione della Costituzione repubblicana, la scuola assume un ruolo centrale nella costruzione della nuova democrazia. L’articolo 33 sancisce la libertà dell’arte, della scienza e dell’insegnamento, attribuendo alla Repubblica il compito di dettare le norme generali sull’istruzione e garantire scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
L’obiettivo non era soltanto sostituire le norme del passato, ma ripensare l’intero sistema educativo secondo i nuovi principi costituzionali: libertà della scuola, libertà nella scuola e pieno sviluppo della persona.
Per avviare questa profonda riflessione, nel 1947 il ministro della Pubblica Istruzione Guido Gonella istituì la Commissione d’inchiesta nazionale per la riforma della scuola. Organizzata in cinque sottocommissioni dedicate ai diversi livelli dell’istruzione, la Commissione avviò i propri lavori nel gennaio 1948.
La metodologia scelta rappresentò un’esperienza innovativa per l’epoca. Attraverso questionari inviati a tutte le scuole italiane, si volle raccogliere direttamente il punto di vista degli insegnanti e delle istituzioni scolastiche. Nel corso del 1948 furono raccolte oltre 300.000 risposte, successivamente analizzate da commissioni provinciali coordinate dai Provveditori agli studi.
L’idea di fondo era chiara: la riforma non doveva essere imposta dall’alto, ma nascere dal contributo della stessa comunità scolastica.
Conclusa l’Inchiesta il 30 aprile 1949, nel luglio dello stesso anno venne istituita una nuova Commissione ministeriale con un compito diverso: trasformare le indicazioni emerse dalla consultazione nazionale in un vero progetto di riforma.
I lavori della Commissione, sviluppatisi tra il 1949 e la primavera del 1950, cercarono di integrare differenti orientamenti pedagogici e culturali, comprese le elaborazioni provenienti dall’ambiente accademico cattolico. L’obiettivo era quello di dare finalmente all’Italia una legislazione scolastica organica, capace di superare definitivamente l’impianto normativo del periodo fascista.
Le motivazioni della riforma, successivamente richiamate nel Disegno di legge n. 2100 del 13 luglio 1951, erano tre: superare le conseguenze della guerra, rivedere radicalmente la legislazione scolastica del regime totalitario e costruire un sistema educativo ispirato ai principi della Costituzione repubblicana.
Il disegno di legge Gonella, però, incontrò forti resistenze politiche soprattutto, come era prevedibile, da parte delle forze di opposizione.
Alla fine Gonella, ma siamo ormai nel 1955, dovette accontentarsi di riuscire a far approvare i nuovi programmi per la scuola elementare ai quali lavorò soprattutto il ministro Ermini.