Il Governo ha recentemente attuato la riforma nota come “Decreto sul consenso informato”. Ci sembra che la legge confermi un’inclinazione di chiusura e che, per quanto miri a introdurre libertà d’azione nelle scuole, di fatto faccia esercizio di censura. La norma vieta di trattare l’educazione sessuo-affettiva nella fase cruciale dell’infanzia, lasciando alle famiglie “l’ultima parola”. Come insegnanti, a contatto ogni giorno con studenti e famiglie, non ci sentiamo rappresentati dalla novità introdotta.
In primo luogo perché riteniamo vadano coinvolti tutti gli ordini di scuola, con le dovute metodologie che l’età richiede, ma senza ignorare che l’educazione sessuale e affettiva (o “disaffettiva”) avviene in Italia tramite l’accesso alla pornografia online, a partire dall’età di 9 anni. Senza ignorare che, nonostante il progresso, si assiste a una recrudescenza di malattie sessualmente trasmissibili presso i più giovani. Senza ignorare che proprio la famiglia vive trasformazioni per cui è spesso al suo interno che bambini e adolescenti vengono lasciati soli nell’affrontare le domande della crescita. Dove si parla di relazioni e di sentimenti? Lì dove esiste già l’attitudine al dialogo.
Riteniamo grave vietare che degli esperti accompagnino lo sviluppo di bambine e bambini verso la consapevolezza di sé e del proprio corpo, in accordo con le famiglie ma nel rispetto dell’autonomia educativa. Nessuno potrà mai pensare che sia sufficiente l’educazione sessuo-affettiva per mettere al riparo dalle problematiche che un approccio superficiale può provocare: si pensi alla sfera della salute, alle gravidanze e alla contraccezione, al rispetto di sé e degli altri, al sessismo, fino alla violenza perpetrata ai danni di donne, omosessuali e chiunque non sia “conforme”.
Eppure, abbiamo bisogno che di ciò si parli nelle nostre aule. Non è proprio l’ignoranza che genera pericolose paure?
In secondo luogo, riteniamo che la libertà di affrontare la questione debba essere riconosciuta e sostenuta. L’obbligo del consenso da parte delle famiglie non fa altro che ribadire che delle scuole non ci si può fidare, anche se lavorano già in collaborazione con le famiglie. Perché allora richiedere un consenso così da complicare il nostro lavoro? Non dovrebbe essere assodato che il singolo istituto vagli con attenzione ogni attività?
Ecco, il consenso richiesto ci sembra possa trasformare un percorso già difficile in un cammino a ostacoli. E poi, davvero si pensa di mettere al riparo bambine e bambini dalla “ideologia gender”? Davvero la scuola italiana è pensata come territorio di maestre e maestri che hanno come obiettivo la manipolazione dei più piccoli e delle più piccole?
La scuola ha a cuore la conoscenza, lo sviluppo libero della persona. La vita della società parla da sé: l’eccesso di prescrizioni genera scelte non consapevoli. Ciò che si vuole rimuovere continuerà ad avere luogo e a coinvolgere piccoli e grandi. Nel frattempo, però, avremo introdotto l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, ma avremo messo in crisi il principio dell’insegnamento: la libertà.
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Joselita Ciaravino