Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo dello psicologo Ruggero Di Vincenzo sul gesto del ct della nazionale di pallavolo femminile Julio Velasco, che ha regalato un libro a ciascuna delle atlete della squadra prima dell’inizio degli Europei, fissato per il prossimo 21 agosto.
Prima degli Europei 2026, il ct della nazionale di volley femminile Julio Velasco ha fatto qualcosa ancora una volta straordinario nei confronti delle sue atlete: ha regalato un libro a ciascuna delle quattordici giocatrici convocate. Non un titolo uguale per tutte, ma ventotto libri diversi, meditati e scelti uno per uno pensando a chi avrebbe dovuto riceverli.
Potrebbe sembrare un gesto semplice eppure, guardato con occhi pedagogici, è un piccolo manifesto su cosa significhi davvero allenare o insegnare.
La prima cosa che colpisce è vedere come Velasco non abbia scelto i libri in base al ruolo tecnico delle giocatrici, ma in base a chi sono. Ha guardato oltre i ruoli in campo — schiacciatrice, libero, centrale — e ha visto la persona che quel ruolo lo interpreta. Ha studiato e analizzato in modo accurato la sua storia, le origini, la sensibilità.
È esattamente il salto che ogni buon insegnante conosce bene: uno studente non è “quello bravo in matematica” o “quella che fa fatica in italiano”. È un ragazzo o una ragazza che porta con sé un mondo, e che la scuola può scegliere di vedere per intero oppure ridurre a una prestazione da valutare.
Se Howard Gardner, con la sua teoria delle intelligenze multiple, ci ha insegnato che non esiste un solo modo di essere intelligenti, la lezione di Velasco fa un passo ulteriore: non si tratta solo di riconoscere talenti diversi, bensì di riconoscere persone differenti, con bisogni emotivi unici, dentro lo stesso gruppo che lavora verso un obiettivo comune.
Il secondo elemento di grande interesse pedagogico riguarda il contesto: questo gesto è avvenuto fuori dal setting lavorativo della palestra, senza obblighi, senza verifiche e senza un nesso dichiarato con la prestazione sportiva. È didattica non formale nel senso più pieno del termine.
John Dewey lo aveva capito bene: l’esperienza che forma davvero non è quella imposta dall’alto con uno scopo didascalico, ma quella che nasce nello spazio libero, dove l’apprendimento può accadere senza l’ansia di dover essere misurato.
In classe, questo si traduce in una domanda scomoda: quanto spazio diamo a ciò che non è direttamente valutabile? Un libro consigliato con cura — che si tratti di uno studente BES, DSA o normodotato —, una parola detta fuori dall’interrogazione, un’attenzione mostrata in un momento che non ha nulla a che fare con il programma. Sono spesso questi i gesti che uno studente ricorda per anni, molto più della lezione perfettamente strutturata.
Molti dei libri scelti da Velasco toccano temi di identità, resistenza, appartenenza e sofferenza rielaborata, vicini alle storie personali delle atlete. Non sono volti a “insegnare qualcosa” in senso didascalico, ma a offrire racconti in cui ci si può ritrovare.
È un uso della narrazione molto vicino a quello che il pedagogista Daniele Novara e lo psicoterapeuta Alberto Pellai propongono quando parlano di educazione emotiva: non spiegare all’altro cosa deve provare, ma offrirgli uno spazio, una metafora, dentro cui possa riconoscere da solo ciò che sta vivendo.
Anche in classe la lettura, se scelta con cura e non imposta come compito standardizzato, può funzionare così: uno strumento che restituisce allo studente la libertà di elaborare la propria esperienza attraverso quella di un altro, senza sentirsi osservato o giudicato.
C’è infine una dimensione collettiva. Bisogna ricordarsi sempre che un gruppo non cresce solo in campo o a scuola per uno studente ma anche fuori: la coesione di una squadra non si costruisce solo con gli schemi di gioco, ma attraverso pratiche condivise di cura reciproca. Le atlete, del resto, si scambiavano già libri tra loro nei ritiri; Velasco non ha inventato un’abitudine, l’ha resa visibile e le ha dato un peso ufficiale.
Anche una classe è, prima di tutto, un gruppo. E i gruppi non si tengono insieme solo con le regole e i contenuti disciplinari, ma con pratiche che dicono agli studenti: questo posto si prende cura di voi anche oltre il compito in classe. Un piccolo rituale non valutato, un libro suggerito, un momento di ascolto o uno spazio di parola libera possono fare, in un’aula, lo stesso lavoro svolto nello spogliatoio azzurro.
Il punto più profondo, forse, è che Velasco non ha separato la crescita tecnica da quella umana: le ha trattate come la stessa cosa. Un’atleta che si sente vista come persona gioca meglio, non nonostante l’attenzione ricevuta, ma proprio grazie a essa.
Lo stesso vale, senza troppe forzature, per la scuola: chi si sente riconosciuto nella propria individualità — e non ridotto a una mera somma di voti — trova più facilmente le energie per affrontare le difficoltà, comprese quelle dello studio.
Non serve un libro diverso per ogni studente per portare questa lezione in classe. Serve, forse, la stessa domanda che si è posto Velasco prima di scegliere: chi ho davvero davanti, oltre il ruolo che occupa nel mio programma?