Non si placa la polemica relativa al caso della famiglia nel bosco in Abruzzo che fa crescere i tre figli immersi nella natura, senza scuola pubblica, acqua, elettricità. I bambini dei due genitori anglo-australiani sono stati allontanati dal Tribunale dei Minori dell’Aquila.
A commentare il fatto sono stati tantissimi opinion leader. Adesso è il turno dello psichiatra e sociologo Paolo Crepet, che ne ha parlato in una intervista a Il Centro. “Sarebbe bello se il 90% dell’attenzione rivolta alla famiglia che abita nel bosco la dedicassimo anche a chi vive in condizioni diverse, ma non per questo migliori”, questa la sua lapidaria opinione.
“Salvati da chi? E, soprattutto, da che cosa?”, ha chiesto. “Ricordiamo che, per un bambino, essere separati dai genitori è un trauma enorme, un taglio che rischia di lasciare una cicatrice per tutta la vita. E allora fatemi capire: i genitori che stanno sui social tutto il giorno a farsi i fatti loro – e non parlano mai con i figli – vanno bene, mentre chi vive libero nei boschi no? Non è una questione di bosco o città, ma una questione di equilibrio”.
Oggi, 24 novembre, è attesa una novità importante: la relazione della Procura generale al ministro della Giustizia Carlo Nordio, che potrebbe decidere di inviare un’ispezione. Il vicepremier Matteo Salvini, segretario della Lega, promette: “Farò di tutto per riconsegnare quei bambini alla loro famiglia”. Lo riporta Il Corriere della Sera.
Crepet, sul nodo istruzione, è però chiarissimo: “Bisogna arrivare a un compromesso, perché la scuola è obbligatoria e questo lo devono capire i due genitori: non si può pensare che la vita sia rimanere vent’anni dentro casa, per quanto sia bella la natura intorno. Giusto difendere il diritto all’istruzione parentale. Ma può funzionare solo durante l’infanzia: arriverà quel momento in cui i figli dovranno fare i conti con la realtà. E che facciamo? Il diploma glielo dà la zia? Ci sono competenze che non si possono improvvisare. La scuola richiede cinque ore, le restanti diciannove possono fare quello che vogliono”.
“La scuola è indispensabile per crescere. Ciò non significa, al tempo stesso, che i bambini abbiano gravi deficit perché lontani dai coetanei. Non è automatico”, ha aggiunto. E infine, l’aspra critica: “Basta fare la parte dei paladini della giustizia. Quelli che criticano i genitori hanno figli che stanno molto peggio, pur vivendo in mezzo a tutti”.
Nel frattempo, riporta Open, l’avvocato della famiglia ha annunciato che farà ricorso contro la decisione del tribunale dei minori dell’Aquila. “Nella sentenza di ieri sono state scritte falsità. Sono andati in cortocircuito. Nell’ordinanza si insiste ancora sull’istruzione dei minori che, secondo i giudici, non avrebbero l’autorizzazione all’home schooling. Alla più grande viene anche contestato l’attestato di idoneità per il passaggio alla classe terza perché non ratificato dal ministero. Attestato che, invece, c’è ed è anche protocollato”, spiega il legale.
Nel mirino del giudice ci sarebbe anche la scelta dei genitori di fare diventare la loro storia un caso mediatico, parlando di “nuove condotte genitoriali inadeguate” perché avrebbero “diffuso dati idonei a consentire l’identificazione dei minori, diretta, anche attraverso foto che li ritraggono”. Secondo il Tribunale, il tutto sarebbe stato messo in atto dai genitori solo “per conseguire un risultato processuale ad essi favorevole”.
Il punto che crea più dibattito è quello sulla scuola. Lei australiana, ex istruttrice di equitazione, e lui, inglese, ex chef, hanno scelto per i loro tre figli l’unschooling. Cosa significa unschooling? Che i loro bambini non frequentano una scuola come tutti gli altri ma l’istruzione viene impartita dai genitori seguendo un percorso autoguidato e “spontaneo”. “Non vogliamo portarli a scuola. Vogliamo che crescano qui nella natura. Imparano dai libri che abbiamo in casa (inglese, italiano e matematica) ma soprattutto guardando noi lavorare nell’orto, fare il pane, cucinare, usare la motosega – aveva detto il papà -. È un modo diverso di acquisire nozioni. Non solo studiando su un libro”.
La famiglia vive nel casolare in pietra senza acqua corrente, senza gas, senza un bagno all’interno delle quattro mura domestiche, senza allacci di corrente elettrica. Un pannello fotovoltaico garantisce loro quel poco di luce che serve in casa per ricaricare il cellulare utilizzato per le emergenze. Mangiano quasi esclusivamente ciò che regala la terra. Ma sembrano assai felici. Chiunque li abbia incontrati ha raccontato di una famiglia unita e serena. Il budget mensile per la spesa e la benzina non supera i 300 euro.
Come fanno a procurarseli? Nessun sussidio dal Comune. La madre dichiara di ricavare qualche denaro alla sua attività di consulente sui temi del benessere psicofisico e dalla rendita di beni familiari che la donna ha ancora in Australia. Il marito, si occupa invece dell’orto e provvede a procurare cibo alla sua famiglia oltre che fare piccoli lavori artigianali.
Secondo un’indagine svolta da Laif (L’Associazione Istruzione in Famiglia) la percentuale di coloro che in Italia dichiarano (rispetto al campione individuato da Laif) di aver scelto l’unschooling piuttosto che forme più tradizionali o miste di apprendimento, per esempio l’istruzione parentale, è del 17% circa; inoltre, l’indagine rileva i comportamenti paralleli legati alla scelta genitoriale di avvalersi di un metodo destrutturato come l’unschooling, per esempio coinvolgendo i figli in attività all’aperto, viaggiando, interagendo con il territorio, quasi sempre in contesti non urbani.
Va ricordato che in Italia l’istruzione parentale prevede l’obbligo di sottoporre i minori a un esame di idoneità alla fine di ogni anno scolastico presso una scuola statale o paritaria, dando così la possibilità allo Stato di accertare il rispetto dell’obbligo formativo previsto dalla legge.
La scuola che riceve la domanda di istruzione parentale è tenuta a vigilare sull’adempimento dell’obbligo scolastico dell’alunno. A controllare non è competente soltanto il dirigente della scuola, ma anche il sindaco.