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03.11.2026

Finché il vento soffia nei capelli: romanzo di Bifarini tra le bufere della scuola degli anni ’70

Cinzia Bifarini, docente in un liceo di Roma, scrive il suo primo romanzo ambientandolo a scuola, che ancora una volta diventa il personaggio principale, il luogo dove tutto si compie e dove tutto accade e dove tutto è possibile risolvere: “Finchè il vento ci soffia nei capelli”, Gilgamesh Edizioni, 16 €.

Tra amori, delusioni, incertezze, ansie e certamente bocciature con note disciplinari e sospensioni, insieme con le difficoltà per chi educa ad indicare con sicurezza la via per il successo ai suoi alunni; e non solo scolastico ma anche umano, culturale e sociale.

Una strada di promozione, scolastica certamente, ma pure per affrontare la vita, che talvolta sfugge perfino alla stessa prof Irene che si trova a combattere, per un verso, con una adolescente quattordicenne, Elena, portatrice di tutte le fragilità che gli anni le portano davanti, confondendola, e dall’altro con i propri fallimenti, a cominciare da quelli amorosi, che la tormentano.

E se Elena reagisce, come spesso le ragazze della sua età sanno fare, isolandosi e marinando le lezioni, l’adulta cerca di riprendersi l’amore perduto, ricercando verità che alla fine la renderanno più fragile e smarrita.

E se Elena per la prima volta sente il cuore battere per il primo amore nelle sembianze di un giovane comunista, della stessa scuola, Stefano, che legge Marx e Lenin, Irene ricorda con rimpianto i momenti più belli tra le braccia del suo Giorgio, mentre tuttavia perde la madre e con la sorella ha rapporti conflittuali.

Ambientato negli anni settanta del Novecento, si sente ancora l’odore della eredità della contestazione sessantottina, mentre si prepara il delitto di Aldo Moro e le scuole cercano verità e certezze che nessun sociologismo può loro restituire.

Sullo sfondo famiglie piccolo borghesi, con le loro ansie per sopravvivere e che in qualche modo si appoggiano alla scuola e alla preside il cui ruolo non sembra scaduto, anzi, come pure il rapporto fiduciario fra le due istituzioni, insegnanti compresi.

Con una scrittura scorrevole e piana, l’autrice rende bene gli ambienti e le situazioni, nelle quali pare tuttavia privilegiare le vicende della prof, ma non per riguardo alla “Pro domo sua”, ma per sottolineare che gli insegnanti, come accade a Irene, la prof di Elena, non solo non hanno risposte per tutto e per tutte le stagioni, ma non sono nemmeno supereroi e al di sopra delle angustie quotidiane. Anche loro subiscono i dardi della sorte avversa e le ferite da essa prodotte non si riescono a lasciare a casa, ma regolarmente seguono i nostri atti, compresa la funzione educatrice a scuola.       

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