In un’Italia che invecchia e dove la vita media si allunga, il futuro della previdenza non passa più solo dallo Stato. Il XXV Rapporto annuale dell’Inps dedica un focus specifico al comparto scuola, il primo settore del pubblico impiego ad aver attivato, ormai vent’anni fa, un fondo di previdenza complementare negoziale: il Fondo Espero. I dati emersi dall’osservazione delle carriere concluse permettono finalmente di superare le simulazioni teoriche per guardare ai risultati reali.
L’analisi ha preso in esame oltre 83.000 lavoratori della scuola andati in pensione tra il 2016 e il 2024. Di questi, il 7,6% aveva scelto di aderire alla previdenza complementare, optando per il passaggio dal regime di Trattamento di fine servizio (TFS) a quello di Trattamento di fine rapporto (TFR).
Curiosamente, l’adesione è risultata più diffusa tra il personale amministrativo (assistenti al 12,6% e collaboratori scolastici all’11%) che tra i docenti della scuola secondaria (fermi al 5,4%). Nonostante la forte componente femminile del settore, non si registrano differenze di genere significative nelle scelte previdenziali.
Il dato più rilevante riguarda il confronto economico tra chi è rimasto nel vecchio sistema e chi ha scelto il fondo. Incrociando profili simili per anzianità, qualifica e stipendio, l’Inps ha rilevato che la “posizione previdenziale mista” (somma tra TFS maturato, quote di TFR e rivalutazioni) dei lavoratori aderenti è risultata superiore a quella dei non aderenti.
In media, il vantaggio netto per chi ha scelto il Fondo Espero è stato di circa 6.400 euro. Si tratta, peraltro, di una stima prudenziale: il calcolo considera solo le quote gestite o contabilizzate dall’Inps, escludendo la “quota reale” gestita direttamente dal Fondo pensione e alimentata dai contributi del lavoratore e del datore di lavoro. Il beneficio totale per il pensionato è quindi verosimilmente ancora più alto.

Ciò che rende questi risultati particolarmente significativi è il fattore tempo. Molti dei lavoratori analizzati appartengono alle prime coorti di iscritti che hanno aderito al fondo in una fase già avanzata della carriera, con un’età media di circa 53 anni.
Nonostante un orizzonte temporale limitato per accumulare rendimenti nel secondo pilastro – condizione che teoricamente avrebbe potuto ridurre la convenienza della scelta – l’evidenza empirica mostra che la previdenza complementare ha comunque svolto il suo ruolo di rafforzamento delle risorse al momento del pensionamento.