Il modo in cui un genitore si comporta in merito ai risultati scolastici dei propri figli è emblematico. “Non li lasciano in pace. Da una parte vogliono che diventino i più bravi del mondo; ma pretendere una laurea a Harvard può innescare nel ragazzo un ruminamento depressivo. Dall’altra si trasformano nei loro sindacalisti – basti vedere le chat di classe; o i bambini, anche piccoli, a cui viene permesso di tenere banco alle cene tra adulti – rendendoli fragili. Rispetto alle generazioni precedenti, hanno capito che non è il caso di urlare e picchiare, il che ovviamente è un bene; ma non lo è l’eccesso di protezione”, queste le parole, a La Repubblica, della psicoterapeuta e psichiatra Sandra Sassaroli.
“Quando un ragazzo ha 14 anni, la famiglia deve accettare di avere fatto tutto quello che poteva. Dopo, deve essere disponibile se lui la chiama, nient’altro. Mai impedirgli l’esplorazione, con gli intoppi e gli inciampi che comporta; invece, lasciare che eventualmente fallisca, e poi vedrà lui cosa inventarsi. Siamo esseri resilienti, i nostri antenati vedevano la morte tutti i giorni, eppure ho avuto in terapia madri e padri che si preoccupavano del lavaggio della biancheria del figlio trentenne. Mentre una delle strategie per una buona vita è proprio fare, buttarsi nella realtà”, ha aggiunto.
“Oggi ogni passaggio comporta grandi cerimonie. Che sono anche una cosa dolce; ma se, poniamo, la laurea non arriva, o arriva in ritardo, è un dramma famigliare. I genitori sovra investono; di conseguenza, studenti brillantissimi fanno continui bilanci su se stessi, terrorizzati di non raggiungere gli obiettivi. Mentre le scelte avvengono momento per momento, e molte per caso”, ha concluso.
A parlare di crisi del sistema educativo è statogià anni fa lo psicoanalista Massimo Recalcati, intervenuto nella trasmissione radiofonica di Rai Radio 1, Il mondo nuovo.
Nel suo lungo intervento lo psicoanalista ha parlato anche del rapporto docenti-studenti-genitori, affermando: “Lo stato di salute della scuola riflette la condizione comatosa dello stato educativo in generale. La rottura del patto educazionale nella scuola è un fatto evidente. Come diceva Freud, nella figura dei maestri, degli insegnanti, dei professori, i figli proiettano le figure primarie genitoriali, quindi esisteva una continuità tra la figura del genitore e quella dell’insegnante. E con l’esistenza del patto educativo, i genitori si schieravano dalla parte degli insegnanti, condividendo lo stesso obiettivo, l’educazione e la formazione dei figli. Oggi questa alleanza si è fratturata, i genitori sono alleati con i figli e l’isolamento degli insegnanti comporta che qualunque loro azione educativa rivolta agli allievi viene vissuta dalla famiglia come un abuso di potere, come un’ingerenza, come un esercizio autoritario del potere. Nel nostro tempo i genitori tendono a fare i sindacalisti dei figli, in un certo senso. Per un altro verso, invece, gli insegnanti sono investiti di un compito educativo dagli stessi genitori. Nel momento in cui quest’ultimi non riesco a esercitare questo ruolo educativo in famiglia, gli insegnanti si trovano a supplire queste falle nel discorso educativo, infatti si dice spesso che la scuola va ad occupare il vuoto educativo lasciato dalle famiglie. Quindi gli insegnanti si trovano ad avere questo forbice a doppio taglio, da una parte criticati e dall’altra ritenuti necessari”.
L’esperto ha affermato: “Partiamo da una constatazione condivisa e, cioè, dal fatto che oggi c’è una crisi non solo degli educatori, degli insegnanti, dei genitori, ma più in generale del discorso educativo in quanto tale, una crisi generalizzata. Perché c’è questa crisi, questo tramonto dell’autorità simbolica? Per due ragioni fondamentali, secondo me: la prima, il comandamento sociale che governa le nostre vite non è più quello di 30-40 anni fa, che passava attraverso l’imperativo del dovere, devi lavorare, devi fare una famiglia, devi essere un buon cittadino, al prezzo anche del sacrificio e della rinuncia. Adesso il comandamento è cambiato e all’imperativo del dovere è stato sostituito quello del godere. La spinta al godere è una nuova forma della legge. La formula con cui si può riassumere questa spinta è ‘perché no?, perché rinunciare al godimento immediato?’ Ciò mette sottosopra ogni discorso educativo che si fonda sul differimento del godimento”.
E continua ancora: “Chiunque si occupi di educazione si trova in uno stato di afonia, in cui la sua parola ha perso peso, ha perso autorità simbolica e questo genera smarrimento. La definizione del limite non è, però, un’oppressione repressiva della vita, il limite consente il gioco della vita. C’è stato in passato un abuso nel porre limiti, ma non è questo il caso. Il termine educazione ha due etimologie possibili, la prima che deriva da educere, condurre sulla giusta via, e che rischia di scivolare verso una rappresentazione autoritaria dell’educazione; ma ce n’è un’altra che riporta educere al termine seducere, che nel suo significato etimologico significa condurre in disparte, portare altrove, di fronte al nuovo, al diverso. Ed è proprio questa immagine di apertura alla vita che dovrebbe essere recuperata, proprio perché il limite non è sinonimo di reprimere”.