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02.06.2026

Giovani connessi al web ma disconnessi da sé stessi, il Papa ai docenti: tanti ragazzi disorientati, aiutateli a rispondere ai perché della vita

Papa Leone XIV torna a rivolgersi agli educatori e agli insegnanti, chiedendo loro di utilizzare gli strumenti tecnologici andando però oltre il mero uso degli strumenti di comunicazione moderni: il fine della trasmissione dei saperi è raggiungere gli obiettivi di apprendimento non dimenticando mai di aiutare i giovani in formazione è rispondere ai perché della vita e a comprendere l’essenza dell’essere.

Durante un convengo sulla salute mentale dei giovani, svolto in Vaticano, il Santo Padre ha detto che “se la tecnologia ci connette, l’educazione ci plasma: educare significa accompagnare i giovani alla scoperta non solo di come vivere, ma anche del perché vivere. In questa missione educativa, istituzioni pubbliche, scuole, università, famiglie, comunità religiose e il mondo intero sono chiamati a collaborare”.

“Ho voluto aggiungere tra gli obiettivi del Patto Globale sull’Istruzione – ha ricordato Papa Leone -, quello di coltivare la vita interiore. Non basta infatti connettere i giovani alle reti digitali se poi restano disconnessi da sé stessi, dagli altri e dal proprio io interiore. Coltivare la vita interiore significa aiutare le nuove generazioni a riscoprire il silenzio, la riflessione, la capacità di porsi domande, la profondità delle relazioni e l’apertura alla trascendenza. Per ascoltare l’anima, bisogna affinare l’udito, perché la sua voce non è un grido, ma un sussurro

Il Papa ha quindi ricordato che, certamente, “una delle sfide più urgenti e decisive del nostro tempo: il rapporto tra istruzione, salute mentale e tecnologie digitali”.

“L’educazione – ha continuato – è oggi chiamata a riscoprirsi in questo modo: non come costruzione di individualismi isolati, né come mera trasmissione di competenze, ma come arte di tessere la comunione”.

E ancora: “una delle più grandi forme di povertà del nostro tempo” è “la perdita delle costellazioni interiori. Molti giovani possiedono strumenti tecnologici sempre più sofisticati, eppure faticano a trovare un senso alla vita, alla speranza, all’amore e persino alla sofferenza. Dietro tante difficoltà, solitudine e vulnerabilità psicologiche, spesso si cela una domanda silenziosa: ‘La mia vita ha un senso? C’è una speranza concreta per il futuro?'”.    

“Siamo un desiderio, non un algoritmo”, ha detto ancora il Pontefice rilanciando le parole della sua lettera apostolica sull’educazione “Progettare nuove mappe di speranza“.

Secondo Papa Leone, “quando gli esseri umani vengono ridotti a mera performance, consumo o statistica, inevitabilmente ne consegue una profonda sofferenza interiore. Molti giovani oggi vivono sotto il giogo delle aspettative e della ricerca della performance, immersi in una competitività esasperata che genera ansia, paura di non essere all’altezza e disorientamento”.    

Secondo il Papa, dunque, “non possiamo affrontare la questione della salute mentale esclusivamente da un punto di vista clinico o tecnico. Indubbiamente, il contributo della scienza, della psicologia, della medicina e delle neuroscienze è indispensabile. Ma crediamo anche che gli esseri umani possano vivere autenticamente, e superare tante fragilità interiori, all’interno di un orizzonte di significato. Quando questo orizzonte si oscura, aumentano il vuoto interiore, l’isolamento e la disperazione. Quando, al contrario, una persona scopre che la propria vita ha valore, che è amata, attesa e chiamata a uno scopo nel mondo, allora nasce la speranza”.

Solo due settimane fa, sempre Papa Leone XIV si era scagliato contro un sistema sociale che ormai riduce l’esistenza a pura metrica.

È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo”, aveva tenuto a dire il Pontefice.

Inoltre, aveva individuato nel “ricatto delle aspettative” e nella “pressione delle prestazioni” i nemici della serenità giovanile, sostenendo che la prima sfida è dunque antropologica.   

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