Le parole di Papa Leone XIV all’Università La Sapienza del 14 maggio scorso risuonano come un atto d’indirizzo per chiunque abbia scelto l’insegnamento come vocazione. “Insegnare è una forma di carità, quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per strada, una coscienza disperata”: con questa affermazione il Pontefice si è rivolto direttamente ai docenti e a quanti hanno scelto di impegnare la propria vita nell’educazione. È a partire da questo richiamo che l’ex ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, titolare della Cattedra Unesco su Educazione, crescita ed eguaglianza, sviluppa la sua riflessione sull’Osservatore Romano.
Per Bianchi, il Papa invita innanzitutto a riscoprire il significato etimologico di “educazione”: non semplice trasmissione di nozioni, ma impegno civile e morale per fornire a tutti gli strumenti necessari a orientarsi in un mondo che ci sommerge di informazioni e stimoli. In questo contesto, il sapere non serve solo a fini lavorativi, ma – nelle parole stesse del Pontefice – a “discernere chi si è“. La scuola, sostiene Bianchi, deve essere oggi più che mai aperta, inclusiva e affettuosa: non solo maestra di competenze, ma luogo di formazione alla capacità di amare. Un principio che richiede un’organizzazione scolastica capace di esprimere questa visione quotidianamente, spingendo allievi e docenti a costruire rapporti di umanità e fratellanza. In un’epoca in cui si vuole ridurre l’esistenza a competizione permanente, la missione della scuola – dai nidi all’università – è educare ad andare oltre il presente per gestire insieme il futuro comune, in linea con i doveri di solidarietà sanciti dall’articolo 2 della Costituzione italiana.