Aurora Striparo è una ragazza di 17 anni, di Scandiano, in provincia di Reggio Emilia. La sua storia, raccontata dall’Ansa, offre uno spunto importante per riflettere su un fenomeno che negli ultimi anni sta attirando sempre più l’attenzione di educatori, psicologi e istituzioni scolastiche: quello degli hikikomori. Si tratta dei giovani che scelgono di ritirarsi del tutto dalla vita sociale per periodi prolungati, restando confinati nella propria stanza e interrompendo quasi tutte le relazioni con il mondo esterno, scuola compresa.
È di qualche giorno fa la decisione di Aurora di aprire simbolicamente la porta della propria camera a una telecamera: così è diventata protagonista di un docufilm, dedicato proprio al tema dell’isolamento sociale volontario adolescenziale. È stata una scelta non semplice per una ragazza, come ha raccontato la madre Roberta Buffagni, che “vive in una condizione di ritiro sociale sin dalla seconda media”.
Ma c’è un aspetto che rende particolarmente significativa la storia di Aurora: nonostante gli anni di isolamento sociale, in lei sono rimasti vivi interessi, passioni e progettualità.
La giovane emiliana continua infatti a dedicarsi alla lettura e alla scrittura, segue con entusiasmo il tennis e il percorso sportivo di Jannik Sinner, dimostrando in tal modo che il ritiro sociale non coincide necessariamente con un totale disinteresse verso il mondo esterno: si tratta di un aspetto non di poco conto, perchè contribuisce a superare uno degli stereotipi più diffusi sul fenomeno degli hikikomori, spesso associato a dipendenze digitali o all’abbandono totale di ogni attività.
Analizzando il termine “hikikomori”, questo nasce in Giappone negli anni Novanta e significa letteralmente “stare in disparte” o “ritirarsi”.
Lo psichiatra giapponese Tamaki Saito fu tra i primi a descrivere il fenomeno, individuando giovani che interrompevano ogni forma di partecipazione sociale per almeno sei mesi consecutivi. Nel corso degli anni il fenomeno ha smesso di essere considerato esclusivamente giapponese ed è stato osservato in numerosi Paesi europei, compresa l’Italia.
Secondo le stime dell’Associazione Nazionale Hikikomori Italia, nel nostro Paese potrebbero essere oltre 100.000 i giovani che vivono una forma di ritiro sociale grave o molto grave, mentre diverse centinaia di migliaia manifesterebbero sintomi riconducibili alle fasi iniziali del fenomeno. Pur trattandosi di dati stimati e non di rilevazioni ufficiali, i membri del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, concordano sul fatto che il numero dei casi sia in aumento e che la pandemia del Covid-19 abbia contribuito ad amplificare fragilità già esistenti.
Uno degli aspetti più significativi della vicenda di Aurora riguarda il rapporto tra isolamento sociale e scuola. Molti casi di ritiro iniziano infatti proprio durante il percorso scolastico: subentrano, infatti, difficoltà relazionali, ansia da prestazione, episodi di bullismo, paura del giudizio, senso di inadeguatezza o elevate aspettative sociali possono contribuire all’allontanamento progressivo dalla classe e dai contesti educativi.
Secondo l’ultimo rapporto ISTAT sul benessere dei giovani (BES), una quota crescente di adolescenti dichiara di sperimentare livelli elevati di ansia e disagio psicologico, con percentuali significative tra gli studenti delle scuole secondarie.
Parallelamente, diverse indagini internazionali di OMS e UNICEF, mostrano un aumento dei disturbi emotivi e relazionali nella fascia adolescenziale negli ultimi anni.
Infatti è evidente, secondo il ministero dell’Istruzione e del Merito, che la scuola rappresenta spesso il primo luogo in cui emergono i segnali del disagio: assenze frequenti, difficoltà a partecipare alle attività di gruppo, progressivo isolamento dai compagni, calo del rendimento o abbandono scolastico possono costituire campanelli d’allarme che richiedono attenzione e interventi tempestivi.
Proprio per questo motivo, la madre di Aurora ha sottolineate che: “è importante di fornire agli istituti scolastici strumenti adeguati per individuare e gestire tali situazioni”.
Si tratta di una richiesta condivisa da numerosi esperti del settore, che evidenziano la necessità di rafforzare la presenza di psicologi scolastici, sportelli di ascolto e percorsi di supporto psicopedagogico. In molti casi, infatti, il ritiro sociale non nasce improvvisamente, ma è il risultato di un processo graduale che può essere intercettato se la rete educativa riesce a cogliere per tempo i segnali di sofferenza.
La testimonianza di Aurora assume, inoltre, un valore culturale importante perché contribuisce a superare la tendenza a semplificare fenomeni complessi.
Come sottolinea il noto regista Stefano Ferrari, “ogni adolescente hikikomori possiede una storia diversa e non esiste una causa unica che spieghi il ritiro sociale. Alcuni ragazzi vivono situazioni di forte ansia sociale, altri sperimentano difficoltà familiari, altri ancora faticano a trovare un ambiente nel quale sentirsi accettati e compresi. Ridurre tutto a una presunta dipendenza tecnologica rischia quindi di impedire una comprensione autentica del problema”.
È importante sottolineare anche il successo ottenuto da Aurora al Salone Internazionale del Libro di Torino: la giovane ha infatti vinto il concorso “Adotta l’Orso“, grazie a una prosa autobiografica dedicata alla propria esperienza di isolamento sociale. La scrittura, come evidenziato da numerosi studi psicologici, può diventare uno strumento prezioso per elaborare emozioni, raccontare il proprio vissuto e costruire un ponte verso l’esterno.
È inoltre prossimo all’uscita il docufilm che racconterà la storia di Aurora: un prodotto sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna, dal Comune di Scandiano e realizzato in collaborazione con il Policlinico Sant’Orsola di Bologna, dovrebbe debuttare nella primavera del 2027. L’obiettivo dichiarato dagli autori non è soltanto raccontare una vicenda personale, ma aprire una riflessione pubblica su una realtà ancora poco conosciuta e spesso invisibile.
Per il mondo della scuola, storie come quella di Aurora rappresentano un invito a guardare oltre i numeri e le statistiche. Dietro ogni caso di ritiro sociale esiste infatti una persona, con le proprie paure, passioni e aspirazioni.
Comprendere il fenomeno significa evitare giudizi affrettati e costruire ambienti educativi capaci di accogliere le fragilità senza trasformarle in stigma.
La vicenda della giovane emiliana dimostra che anche un piccolo gesto, come aprire la porta della propria stanza o raccontare la propria esperienza, può contribuire a rompere il silenzio che spesso circonda il disagio adolescenziale.
In un’epoca in cui la salute mentale dei giovani è sempre più al centro del dibattito pubblico, la scuola è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale: non soltanto trasmettere conoscenze, ma diventare uno spazio di ascolto, inclusione e prevenzione. Perché dietro una porta chiusa potrebbe esserci una sofferenza invisibile o, più semplicemente, una storia che merita di essere ascoltata e rispettata.