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Aggiornato il 08.01.2026
alle 09:48

Hikikomori, quando il silenzio diventa casa: la testimonianza di Lucia Sardo e i consigli degli esperti

Si chiamano hikikomori, “ragazzi ritirati”: giovani che smettono di andare a scuola, di uscire, di frequentare amici. Si chiudono in una stanza, rovesciano il ritmo giorno-notte e si rifugiano davanti a uno schermo come unica finestra sul mondo. Un fenomeno nato in Giappone e definito dallo psichiatra Tamaki Saitō, ma che in Italia oggi riguarda migliaia di famiglie, soprattutto dopo la pandemia.

Tra le voci più lucide e coraggiose sul tema c’è quella dell’attrice Lucia Sardo, che solo di recente ha trovato la forza di raccontare la storia di suo figlio Gioacchino, rimasto per anni isolato in casa. “Non potevo parlarne», confessa, «perché lui non voleva. È stato un dolore immenso, un senso di impotenza che ti divora. Quando tuo figlio rifiuta ogni aiuto, non sai più dove sbattere la testa”.

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Quel silenzio è diventato però punto di partenza: Gioacchino ha scritto e oggi porta nelle scuole uno spettacolo teatrale che affronta il ritiro sociale dall’interno, senza giudizio. È la prima opera del progetto artistico della famiglia Sardo, nato per fare prevenzione: “Il ritiro può incancrenirsi e durare dieci, quindici anni”, avverte l’attrice. “Dobbiamo parlarne, soprattutto tra docenti e genitori”. La scuola, per Sardo, è un presidio fondamentale: “Gli insegnanti possono fare la differenza quando la famiglia da sola non ce la fa”.

La voce dello psicologo: come comportarsi

Accanto alle testimonianze, servono strumenti. Lo psicologo Marco Catania invita i genitori a muoversi con cautela: più che agire d’istinto, occorre un percorso guidato.

Ecco le sue indicazioni principali:

1. Niente autodiagnosi.
Un figlio che si isola non è automaticamente un hikikomori: può trattarsi di depressione, fobia sociale o altre condizioni. Serve una valutazione professionale.

2. Cercare specialisti aggiornati.
Il fenomeno in Italia è recente e i dati cambiano rapidamente. Un terapeuta non informato rischia di scambiare l’hikikomori per altro, ritardando le cure.

3. Smettere di “spronare”.
Frasi come “esci”, “vai a scuola”, “basta videogiochi” non aiutano: rompono il legame e trasformano il genitore in un avversario. L’obiettivo non è farlo uscire a forza, ma fargli sentire che non è solo.

4. Cambiare la relazione.
Piuttosto che spingerlo fuori dal suo mondo, proviamo a entrarci: condividere ciò che fa, creare piccoli momenti di contatto, in punta di piedi.

5. Rivolgersi a strutture specializzate.
Dopo la valutazione, può essere utile cercare associazioni e servizi dedicati, come l’Associazione Italiana Hikikomori, per non combattere da soli.

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