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Graduatorie di terza fascia: facciamo il punto

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Che sia un docente a saperne di scuola è un fatto risaputo, che non sappia nulla di scuola, ormai, un fatto assodato. Il guaio è che, in assoluta malafede, il Miur, dopo anni di sfruttamento e di violazioni, sta tentando l’ennesima manovra finanziaria mascherata da “rivoluzione”, perché di questo si tratta, e non di proposte politiche a vantaggio della scuola. Un progetto, quello Renzi-Giannini, che va contro qualsiasi corretta analisi, contro le reali esigenze del sistema scolastico e degli alunni, i destinatari finali del sistema, che ha veicolato per l’ennesima volta un’immagine distorta e denigratoria del corpo docente precario,dopo anni di sfruttamento e di negazione, e che non tiene conto né della realtà, che sistematicamente mistifica e manipola, né delle specificità professionali dei docenti, che il sistema scolastico utilizza.

Sì, perché di utilizzo si tratta, visto che senza scrupoli e rispetto della normativa, parte della quale direttamente emanata dal Miur, si sta programmando l’ennesima pagina di discriminazioni e disconoscimento per migliaia di docenti, soprattutto per quelli iscritti nelle graduatorie d’istituto di III fascia.

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Ma chi sono i docenti di III fascia, lo sa l’opinione pubblica? Crediamo di no, perché, quando un insegnate di III fascia assume un incarico, benché conferito dal Dirigente scolastico, questi (forse solo per svista) non indossa un tratto distintivo, un’etichetta, un cartello, una targhetta scucita sul vestito, no… Entra in classe legittimamente dopo aver firmato un contratto , che il più delle volte copre l’intero anno scolastico, un contratto sul quale è “persino” indicato come “docente”; entra  in abiti civili con il registro sotto braccio (o con le credenziali di accesso al registro elettronico, dove esiste!), spiega, interroga, valuta, boccia e promuove, ha responsabilità civile e penale, rispetto al contesto, all’esercizio della sua professione, rispetto ai suoi allievi!

Questo docente non è entrato arbitrariamente in aula, ma è stato iscritto in una graduatoria disposta da un decreto ministeriale. I suoi titoli culturali sono stati valutati come validi all’accesso alla professione. Non ci stancheremo mai di ricordare che è il titolo di studio, diploma o laurea che sia, a determinare l’accesso alla professione docente, è il titolo di studio stesso che determina la classe di concorso alla quale si può accedere, classe di concorso definita dal titolo stesso, che stabilisce chi può insegnare e chi no, a parità di titolo. Si devono aver sostenuto esami specifici e precisi, finalizzati proprio all’accesso all’insegnamento.

Ma il Miur, che pure definisce i curricula di studi, che conferisce i titoli stessi, pedissequamente li disconosce, proclamando (come un genitore che rimprovera il proprio figlio quando questi non è venuto su bene!) che i docenti di III fascia non sono qualificati per accedere al ruolo… Per accedere alla professione invece, per insegnare, valutare, promuovere e bocciare, ogni giorno di ogni anno scolastico da decine di anni, sì… Sinceramente ci sembra un ossimoro inspiegabile!

Nelle graduatorie di III fascia, è vero, ci sono anche aspiranti docenti, coloro che, avendone titolo, hanno risposto al decreto ministeriale. Ma come per le GAE, quelle per il reclutamento a tempo indeterminato, questi docenti senza o con poco servizio, occupano gli ultimi posti della graduatoria e difficilmente entreranno in classe. Chi è in posizione utile per una nomina, ai primi posti, ha anni ed anni di servizio ma, in Italia, l’esercizio di una professione, in contraddizione con le direttive europee ed il semplice buon senso, non ha alcun riconoscimento o tutela giuridica.

Alla luce di quanto accennato, l’annuncio della Giannini, di voler assumere i 150.000 docenti delle GAE, definiti come precari, quindi, è fuorviante e ancora una volta, come nella “buona” tradizione del MIUR, preannuncia nuove discriminazioni, diseguaglianze e disparità di trattamento.

Primo, nei confronti di quanti, a parità di titolo, sono stati “parcheggiati” nelle graduatorie d’istituto di II fascia, secondo, nei confronti dei docenti con anni di servizio “confinati” in III fascia, con la promessa di “etnocidio”. Nel patto educativo, infatti, la III fascia, appena istituita e che formalmente (da decreto) avrà validità fino al 2017, è destinata all’estinzione. Non si specifica come e al contempo non ci si preoccupa non solo di chiarire come sarà gestita la vicenda professionale di quanti, con pluriennale servizio, vi sono iscritti, né di spiegare quali tutele saranno attuate rispetto la loro condizione di “lavoratori”, ma, per ovvie ragioni di mistificazione, si omette di dire che in III fascia sono stati relegati:

 

–        gli ITP, docenti tecnico-pratici da quindici anni sfrattati senza concorsi o percorsi abilitanti;

 

–        i docenti che hanno prestato servizio presso i Centro di formazione professionale, il cui “peccato originale” è stato quello di essere stati sfruttati con finti contratti parasubordinati, quando non con false partite IVA, e di vedersi disconosciuto il servizio per decreto, non per motivi professionali, essendo il loro servizio pari a quello dei docenti curricolari delle scuole statali, ma per mero calcolo… Meno accessi ai PAS! Eppure, i loro contratti erano uguali a quelli stipulati nelle paritarie…;

 

–        i dottori di ricerca, la cui onta è quella di essere stati “chini sui libri”, nelle biblioteche, nei laboratori, “sul campo” a fare ricerca, per il progresso scientifico del Paese… inutile dispendio di energie intellettuali, alla luce della svalutazione del più alto titolo scientifico acquisito. Considerando il buco di cinque anni rispetto alla possibilità di conseguire un’abilitazione all’insegnamento, dobbiamo ricordare anche che il dottorato è per legge “incompatibile” con altri percorsi post laurea; lo era nei confronti delle Siss, oggi lo è dei TFA e dei PAS. Il massimo titolo scientifico conseguibile;

 

–        i docenti che al momento dell’attivazione dei PAS non avevano il servizio conforme ai requisiti d’accesso stabiliti dal MIUR e che, dalla preiscrizione ad oggi, hanno maturato ben oltre servizio definito come requisito d’accesso. Su questa particolare questione è opportuno spendere due parole in più: in primo luogo, secondo la normativa europea, tre anni di servizio sono un requisito sufficiente al riconoscimento professionale, non per accedere ad un percorso formativo, mentre il MIUR, travisando la direttiva comunitaria, ha imposto corsi a pagamento senza garantire un miglioramento nella carriera. Lo dimostra la II fascia d’istituto, dove sono iscritti insegnanti che insegnavano già, con il titolo valido all’insegnamento che avevano già speso. In secondo luogo, il Ministero, continuando ad attingere anche alla III per garantire il regolare servizio scolastico, continuerà a sfruttare i precari che vi sono iscritti, senza paura di contenziosi o sanzioni, non essendoci decreti da “impugnare” o procedimenti legali da avviare.

 

In sostanza, la spada di Damocle delle condanne (ricordiamo la nota del Ministero firmata Stellacci) ha imposto al MIUR il “buon senso” dei PAS, per sanare la propria posizione illegittima e illegale, non per rispettare un diritto del lavoratore della scuola. E oggi, che questa spada non c’è, che diritti possono avanzare i docenti di III fascia, che anche quest’anno garantiranno che i nostri ragazzi, il futuro del Paese, siano tutelati nel loro diritto alla formazione, all’istruzione e all’educazione?

Che posto avranno nel patto educativo tutti questi docenti, di cui nessuno parla, che sono precari davvero? Perché precario significa che svolge un lavoro a tempo determinato, per situazione contingente. Ma nella scuola, da oltre dieci anni, il precariato è una regola, e il precariato di serie B, quello delle graduatorie d’istituto, non ha nessuna tutela civile i legale, cosa che ha permesso il reiterato sfruttamento e che promette la loro cancellazione “per decreto”.

La vicenda dei diplomati magistrali, parzialmente risolta grazie all’accoglimento di un ricorso di Adida, è l’esempio di una gestione pessima e in malafede che il Miur ha operato per dodici anni, fino alla battuta d’arresto segnata dalla magistratura. Impossibile pensare che l’unica sola via per la difesa di un diritto contro lo Stato sia quella legale. Vogliamo pensare che il dibattito politico sia ancora la sede giusta, per ritrovare legittimità e buon senso. Tuttavia, siamo pronti a qualsiasi forma necessaria a contrastare quanto i la menzogna della “buona scuola” promette, per tutelare i diritti dei docenti italiani, per insegnare da docenti, ai nostri ragazzi, che non si possono accettare le ingiustizie e lo sfruttamento, neanche e soprattutto quando provengono dal Governo di un Paese!