Vorrà pur dire qualcosa se l’intesa per il rinnovo del CCNL 2022/24 è stata sottoscritta da cinque delle sei sigle sindacali che possono fregiarsi del titolo di “maggiormente rappresentative”. Sindacati che esprimono, complessivamente, il 69,17% dell’intero comparto istruzione e ricerca: ma la percentuale sale al 74,41% se il calcolo viene fatto sulle sole organizzazioni maggiormente rappresentative (FSUR CISL, Flc CGIL, UIL Scuola, SNALS, Gilda, Anief).
Il requisito della “maggiore rappresentatività”, come è noto, fa riferimento a dati oggettivi e precisamente verificabili: le iscrizioni con trattenuta sullo stipendio, i voti ottenuti nelle elezioni per le RSU. Dati che sono stati resi noti recentemente dall’ARAN e sui quali invito tutti a prestare almeno un minimo di attenzione. Si tratta infatti di indicatori attendibili per chiunque voglia, ragionando di sindacato, fare riferimento al mondo reale e non a quello immaginato.
Guardiamoli attentamente, quei numeri. Facciamone oggetto di attenta riflessione, perché ci possono insegnare molto. Ci dicono, per esempio, che il panorama sindacale nella scuola assomiglia, più che a una costellazione, a una nebulosa. Più di duecento le sigle sindacali censite: duecentocinque, se non erro. Detratto il 93,70% rappresentato dalle sei organizzazioni maggiormente rappresentative, sono 199 a dividersi il rimanente 6,30%, con una percentuale media pro-capite dello 0,03%. Fra queste, quella che detiene la percentuale maggiore, pur godendo spesso di ampio risalto mediatico, arriva all’1,02%.
Fanno ancora peggio altre sigle, ferme al palo – potremmo dire – da decenni, nel corso dei quali peraltro hanno continuato ad annunciare come imminente la nostra scomparsa: previsione fantasiosa, smentita da una realtà dove i numeri (bel oltre 183.000 iscrizioni con delega alla FSUR CISL) diventano indicatori di uno stato di salute che mi permetto di definire, per quanto ci riguarda, almeno discreto.
Che poi ad accusarci di burocratizzazione e mancanza di democrazia, come spesso accaduto, siano organizzazioni dirette da almeno trent’anni dagli stessi personaggi, oggi pensionati ma ancora saldamente al comando, rasenta il ridicolo.
Torno al punto da cui sono partita. Cinque sindacati diversi per identità, cultura, storia, stili comunicativi, modalità organizzative, seguendo percorsi spesso differenti nel corso di un negoziato inframmezzato da pause che ne hanno allungato oltre misura i tempi, hanno infine condiviso una stessa decisione.
Tutti incapaci di fare conti? Tutti collusi col ministro e il governo in carica? Tutti venduti, come graziosamente mi ha definito qualche demente su Facebook, contribuendo ad avvalorare la notissima e caustica affermazione di Umberto Eco sui social, che avrebbero dato diritto di parola a legioni di imbecilli? È, quest’ultima, un’affermazione che non ho mai condiviso del tutto, ma che una punta di verità la contiene: perché la disinvoltura con cui molte critiche sfociano nell’insulto è vizio piuttosto diffuso, che desta ancor più preoccupazione se praticato da gente di scuola, da cui sarebbe legittimo attendersi un contributo a mantenere ogni discussione su toni di confronto civile, o anche solo di buona educazione.
Data a queste nobili espressioni l’attenzione che meritano, cerco di tornare a riflessioni più utili e importanti, che sono quelle espresse a caldo, subito dopo la firma, e delle quali mi sono fatta nei giorni successivi ancor più convinta.
In una mia recente intervista, ho definito la firma del contratto come una scelta giusta, fatta al momento giusto. Ho spiegato ancora una volta, in quell’articolo, come si tratti di un risultato da salutare senza trionfalismi, ma con grande soddisfazione.
Senza trionfalismi, perché so benissimo quanto sia ancora lunga la strada da percorrere per soddisfare pienamente le attese di una categoria che rivendica, non da oggi, una condizione retributiva in linea con quella di cui beneficia il personale della scuola in altri Paesi europei, e in parte anche della pubblica amministrazione in Italia. Lunga e anche difficile, perché lo svantaggio da colmare non nasce certo oggi, ma è frutto di decenni di politiche della lesina praticate da governi e maggioranze di ogni colore, per ragioni diverse, fra le quali ci sono anche i vincoli cui le politiche di bilancio devono sottostare a causa di un debito pubblico su cui è puntata la lente europea (ricordo che la procedura di infrazione dell’Ue nei confronti dell’Italia per deficit eccessivo è stata recentemente sospesa, ma non annullata).
Non si tratta di cercare alibi per giustificare l’entità di un beneficio contrattuale inferiore alle attese: sto cercando di valutare le situazioni, come si è fatto il 5 novembre all’ARAN, col metro della realtà e non con quello del desiderio. Da qui la convinzione di aver raggiunto il miglior risultato possibile nella condizione data, alla quale si accompagna quella, ancor più forte, che dalla non firma del contratto il personale della scuola non avrebbe tratto alcun vantaggio, ricavandone anzi un ulteriore danno, perché sarebbe venuta meno la possibilità di avere in busta paga, come probabilmente avverrà a gennaio, il saldo degli aumenti spettanti e dei conseguenti arretrati per circa due annualità.
Che poi qualcuno decida di sottoporre a referendum, come sta avvenendo in questi giorni, il rinnovo contrattuale, meriterebbe una lunga e specifica riflessione sulle forme della democrazia, sindacale e non solo, di cui talvolta si rischia di proporre una caricatura: qui mi limito a sottolinearne la singolarità, trattandosi di una votazione che consente di rifiutare il contratto, ma senza alcun rischio di dover rinunciare ai benefici che dal suo rinnovo, per quanto considerati risibili, comunque discendono.
Ci tornerò, sul referendum e sulla democrazia, se e quando sarà il caso. Aggiungo solo che, come CISL Scuola, abbiamo firmato sostenuti dal consenso dei nostri organismi statutari e dalla nostra rete di componenti RSU e delegati, con i quali vi è stato un confronto costante prima e dopo la conclusone del negoziato.
Ora riprendo il filo del mio ragionamento per ribadire quanto sia stata giusta e assunta nei tempi giusti la scelta di chiudere il rinnovo del triennio 2022/24: così facendo, siamo ora in grado di concentrare il nostro impegno sul successivo rinnovo, quello del triennio già in corso, il 2025/27, con l’obiettivo di ottenerlo entro il 2026, evitando di incappare per l’ennesima volta in firme a triennio scaduto. Concluso il 2022/24, non abbiamo chiuso il cantiere contrattuale, ma stiamo tempestivamente lavorando a quello successivo.
Autorevoli osservatori e commentatori delle vicende politiche, economiche e sociali – cito per tutti Milena Gabanelli – hanno fatto rilevare come sia anche il ritardato rinnovo dei contratti a impedire un’efficace tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni.
È una condizione sufficiente, un rinnovo puntuale? No, ma è sicuramente necessaria. Poi servirà mettere in campo il massimo impegno per ottenere dalla politica le indispensabili scelte di investimento. Una richiesta che dovremo rivolgere alla politica che c’è, non a quella che si può immaginare o desiderare che ci sia in un prossimo futuro. Confrontandoci – visto che siamo prevalentemente un sindacato del lavoro pubblico, che vive di spesa pubblica – col governo che c’è, col parlamento che c’è: senza fare sconti, ma senza concedere alibi, come avviene se ci si limita a una conflittualità ripetitiva e inflazionata, che di fatto configura, al di là delle intenzioni, una sorta di Aventino in cui si sacrificano i risultati sull’altare della propaganda (sulla cui efficacia, peraltro, è lecito nutrire qualche dubbio).
In effetti anche questo è un tema che meriterebbe una lunga, approfondita e specifica riflessione, magari a partire dai dati di partecipazione agli scioperi degli ultimi anni, su cui occorrerebbe seriamente meditare.
Guardare avanti è l’impegno su cui la CISL Scuola si concentrerà già a partire dall’Assemblea Nazionale, che si riunirà nei prossimi giorni proprio per mettere a punto una strategia efficace di rilancio della nostra azione sindacale che assume il rinnovo del CCNL 2025/27 come assoluta priorità.
Cercheremo di porre insieme le premesse perché l’anno che viene, augurando che sia per tutti il migliore possibile, veda anche il mondo della scuola fare un altro passo importante verso il riconoscimento che da lungo tempo attende e che sicuramente merita.
di Ivana Barbacci, segretaria generale CISL Scuola
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