Mentre migliaia di precari aspettano ogni anno una supplenza per lavorare, accumulare servizio e punteggio e sperare, prima o poi, nella stabilizzazione, il Ministero interviene sulla gestione degli spezzoni rafforzando la possibilità di attribuire fino a sei ore aggiuntive a chi possiede già una cattedra completa. È uno degli effetti più discutibili delle disposizioni introdotte per l’a.s. 2026/27 dall’O.M. n. 27 del 16 febbraio 2026 e dalle successive note MIM n. 11814 del 6 maggio e n. 16054 del 19 giugno.
La questione potrebbe sembrare tecnica, ma non lo è. Uno spezzone assegnato come eccedenza a un docente già titolare di 18 ore è uno spezzone che non arriverà alle successive operazioni e, una volta definitivamente attribuito, non potrà trasformarsi in un incarico per un precario. Per chi vive di supplenze quelle ore non significano soltanto avere uno stipendio: significano avere un servizio, un punteggio, un avanzamento nelle graduatorie e maggiori possibilità di ottenere altri incarichi e, infine, la stabilizzazione.
La possibilità di attribuire ore eccedenti non nasce nel 2026. L’art. 22, comma 4, della legge 448/2001 consente da tempo l’attribuzione degli spezzoni pari o inferiori a sei ore che non concorrano alla costituzione di cattedre o posti orario. Per l’a.s. 2025/26 la nota MIM n. 157048 del 9 luglio 2025 ne disciplinava l’assegnazione entro il limite delle 24 ore settimanali, prevedendo prioritariamente il completamento del personale a tempo determinato.
Ma per il nuovo a.s. cambia soprattutto la tempistica. L’O.M. 27/2026 introduce una ricognizione preventiva della disponibilità dei docenti a tempo indeterminato ad assumere ore aggiuntive. Entro il 15 luglio le scuole hanno acquisito la disponibilità dei docenti di ruolo, compresi quelli trasferiti in ingresso, ad arrivare fino a 24 ore settimanali; entro il 20 luglio tali disponibilità sono state comunicate agli Uffici territoriali.
Ed è qui che emerge il punto politico: perché organizzare già a luglio l’assorbimento interno di ore mentre il sistema deve ancora completare tutte le operazioni che precedono le supplenze? Tra queste ci sono anche utilizzazioni e assegnazioni provvisorie. Non si tratta di contrapporre il diritto alla mobilità dei docenti di ruolo alla possibilità dei precari di lavorare. Sono fasi diverse e successive dello stesso sistema. Le ore devono essere utilizzate secondo il loro ordine naturale: prima per costituire posti e cattedre e per le operazioni di mobilità annuale previste dalla normativa, poi per gli incarichi a tempo determinato e il completamento dei precari. Soltanto ciò che resta realmente residuale dovrebbe trasformarsi in lavoro aggiuntivo per chi possiede già una cattedra completa.
Le assegnazioni provvisorie, del resto, riguardano spesso lavoratori che hanno accettato il ruolo lontano dalla propria residenza, anche attraverso i recenti concorsi PNRR, e cercano di ricongiungersi alla famiglia.
Difendere la piena disponibilità delle ore nelle diverse fasi non significa sottrarle ai precari: significa contestare un sistema che tende a concentrare il lavoro su chi è già a tempo pieno anziché utilizzare fino in fondo le disponibilità esistenti.
Ma c’è una questione ancora più generale, che dovrebbe interessare tutti i docenti. Normalizzare il passaggio dalle 18 alle 20, 22 o 24 ore significa abituare progressivamente il sistema scolastico all’idea che un docente possa sostenere ordinariamente un carico frontale molto superiore alle attuali 18 ore. Oggi le ore eccedenti sono volontarie e retribuite. Non esiste una norma che porti obbligatoriamente l’orario dei docenti della secondaria da 18 a 24 ore, ed è corretto precisarlo. Ma proprio per questo occorre interrogarsi sulle conseguenze di lungo periodo.
Se diventa normale che migliaia di docenti insegnino 20, 22 o 24 ore alla settimana, quanto tempo occorrerà perché qualcuno sostenga che 18 ore siano poche? È un rischio che il mondo della scuola non dovrebbe sottovalutare. Ciò che oggi viene presentato come volontario e incentivato può contribuire nel tempo a modificare la percezione di quello che costituisce un carico di lavoro “normale”, fino a preparare il terreno per un futuro aumento dell’orario obbligatorio, magari senza un corrispondente aumento retributivo.
Perché 24 ore di insegnamento non sono 24 ore di lavoro. Alle lezioni si aggiungono preparazione, verifiche e correzioni, consigli di classe, collegi, dipartimenti, colloqui con le famiglie, formazione, progetti e un carico burocratico sempre crescente. La risposta non può essere lavorare di più mentre altri insegnanti non lavorano affatto.
Per i COBAS la direzione dovrebbe essere opposta: utilizzare tutte le ore per costituire posti e cattedre, garantire le operazioni di mobilità annuale e offrire ai precari il maggior numero possibile di incarichi e completamenti. Solo gli spezzoni realmente residuali dovrebbero diventare ore eccedenti. Difendere le 18 ore significa quindi difendere due principi che non sono in contraddizione: distribuire il lavoro per ampliare l’occupazione e impedire l’aumento progressivo del carico individuale. Ogni ora assorbita da chi possiede già una cattedra completa può essere un’occasione di lavoro e di punteggio in meno per un precario. E ogni docente che oggi considera conveniente arrivare volontariamente a 24 ore dovrebbe chiedersi quale modello di scuola stiamo costruendo.
Daniela Perrone Esecutivo COBAS Scuola di Roma e provincia
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