Nell’ambito del “Bellini International Contest”, abbiamo assistito ai “Puritani” di Vincenzo Bellini presso il teatro Metropolitan di Catania, eseguito però dal secondo Cast, o Cast alternativo, per dare modo alle voci della compagnia principale di riposare e comunque, in caso di necessità, per non lasciare il pubblico che ha prenotato senza la prevista recita.
Bisogna tuttavia anche sottolineare la singolare campagna che il teatro Massimo Bellini di Catania sta realizzando con le scuole, alle quali è stato concesso, previa prenotazione, di assistere alle prove generali e per due motivi essenziali: mettere gli alunni a conoscenza del bel canto e dunque della musica dell’Ottocento che non è vero essere solo per vecchi; e iniziarli al teatro, alla sua magia, alla sua arte, alle sue spericolate giravolte espressive, di cui la Lirica è una delle espressioni più avanzate.
In modo particolare, quest’opera di Bellini, è un inno al romanticismo più puro e schietto, a quello cantato da Novalis e dai poeti tedeschi dell’Ottocento, come Hölderlin, Clemes Brentano, Achim von Arnim ecc…
Una occasione ghiotta per gli insegnanti di lingue straniere o di italiano di mettere gli alunni a contatto diretto con quei conati amorosi che la letteratura romantica amava descrivere, dopo la propria uccisione, e non già per femminicidio, del giovane Werter per il non corrisposto amore della bella Lotte.
Ritornando all’opera di Bellini e alla sua messa in scena, oltre alla bellissima scenografia, maestosa e suggestiva, in richiamo ai castelli del Lohengrin e alle volte gotiche, ai costumi, pertinenti al tempo quando la storia ebbe luogo, dopo la presa di potere, nel 1563 come Lord Protettore, di Oliver Cromwell, le cui vicende fra l’altro si intrecciano col tentativo di salvare dal cappio il re d’Inghilterra, Carlo I, nei “Tre moschettieri-Vent’anni dopo” di Alexandre Dumas, il cast è stato assolutamente all’altezza dell’opera da recitare e delle sue difficoltà espressive, soprattutto nelle arie più famose dell’opera belliniana. Quelle che il pubblico sapiente di Catania aspettava e con una certa voluttà.
In modo particolare, la bellissima e soave, per portamento e dominio della scena, nonché rapimento affettivo, Irina Lungu, rumena e piena di fascino latino, nella parte di Elvira, ha mandato in visibilio il pubblico con la sua voce limpida, cristallina e potente. Non ha fatto mancare nemmeno i richiesti, deliziosi virtuosismi, cari al pubblico ottocentesco e pure al nostro, reimmergendoci dunque in quelle atmosfere che purtroppo sono state penalizzate solo dalla eccessiva dimensione del Metropolitan e dalla collocazione dell’orchestra, della quale si è notata una certa sofferenza, proprio per la sua necessaria disposizione fisica: attaccata al palcoscenico e separata dalle poltrone del pubblico da speciali transenne.
Come sempre, e in ogni caso, una orchestra di notevole spessore artistico ed espressivo, e come sempre magistralmente dirette dal maestro Carminati, nonostante l’acustica di quella grande sala. Anche il Coro del Massimo, diretto da Massimo Fiocchi Malaspina è stato coerente col suo prestigio, eccelso nei suoi interventi e nella spiegazione di talune scene, in riferimento al classico coro greco.
Non del tutto sciolti invece i passaggi sul palco di Valerio Borgioni, nella parte di Lord Arturo Talbo, amante appassionato, e ricambiato, di Elvira la quale sembra avere poca fortuna anche per presenza scenica e corteggiamento musicale di Sir Riccardo Forth, il colonnello puritano che funge da antagonista in amore e da rivale di Lord Arturo Talbo, interpretato da Janusz Nosek. Bella voce ma quasi in qualche modo impedito per possanza fisica a girovagare sul palcoscenico.
Anche Dario Russo, nella parte di sir Giorgio, è stato energico, dominatore della scena nelle poche comparse, sostenuto da una bella voce. Allo stesso modo la breve apparizione di Sofia Janelidze nella parte di Enrichetta di Francia.
In ogni caso, tutti i protagonisti di questo secondo Cast, alcuni fanno parte anche del primo, come Gaetano Triscari e Marco Puggioni, hanno recitato con ammirabile coerenza al testo e alla musica, alla persona scenica e al messaggio lirico e storico che si voleva riservare al pubblico, grazie certamente alla regia, luminosa e decisa di Renato Bonajuto, che ha subito voluto immergere lo spettatore, già nella prima scena, dentro fatati e fatali castelli e ordalie medievali.