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Quello strano bisogno di cancellare tutto

Molti pensatori tendono ormai ad inquadrare la cultura contemporanea dentro la categoria del ‘Nichilismo’, citando spesso l’aforisma di Nietzsche: “Dio è morto! E noi lo abbiamo ucciso!”. Questa massima, però, non è una semplice professione di ateismo. Nietzsche intendeva affermare che la scomparsa del Dio cristiano coincide col crollo del fondamento sul quale per secoli l’Europa ha costruito la concezione del bene, del male, della verità, della dignità dell’uomo e del senso della storia.

Il filosofo tedesco si poneva, infatti, una domanda decisiva: “Se Dio è morto, su che cosa possiamo fondare i nostri valori?”. Per lui, infatti, l’uomo che distrugge il vecchio fondamento non ne possiede automaticamente uno nuovo. Ecco allora il rischio che, insieme alla fede, vengano meno le ragioni per cui qualcosa dovrebbe essere considerato vero, buono, giusto o degno di essere amato.

Oggi l’uomo ha moltissimi mezzi tecnologici ma si trova nella condizione di non sapere più per quale fine vivere. Infatti, quando la tecnica diventa il criterio universale della verità, rischiamo di considerare importante soltanto ciò che è utile, produttivo, misurabile, efficiente. Accade allora che la domanda: “Cosa significa?”, viene sostituita progressivamente dalla domanda: “Quanto vale?”.

Ed è qui che la profezia nietzschiana assume una impressionante attualità. Nel corso del Novecento, noi siamo passati dal “Dio è morto” al “tutto è relativo”. Perché, se non esiste una verità che trascenda l’individuo, allora ogni convinzione sembra avere lo stesso valore di qualsiasi altra. In questo caso, la ‘verità’ si trasforma in ‘opinione’ ed il “È vero per me” diventa sufficiente.

Noi oggi ci troviamo nella convinzione che non vi sia un significato ultimo della realtà e che ogni verità, ogni norma, ogni identità siano soltanto costruzioni umane, modificabili e, quindi, cancellabili. Ci troviamo di fronte a ciò che Martin Heidegger chiama: ‘l’oblio dell’Essere’, inteso come tendenza a concepire la realtà come un divenire fluido, privo di fondamenti stabili, quali Dio, la dignità e l’inviolabilità umana, la libertà, la giustizia, la fraternità.

In altri termini, la cancellazione del passato non riguarda soltanto la demolizione di monumenti, nomi di strade, simboli religiosi. Ciò che più preoccupa è la cancellazione della memoria come qualcosa di culturalmente significativo. La convinzione che ciò che ci ha preceduti sia un peso dal quale liberarci, anziché una eredità da comprendere criticamente e dalla quale poter ancora imparare.

Siamo di fronte a qualcosa che può essere chiamato ‘presentismo’. Un fenomeno per cui, come notava Eric Hobsbawm: “La maggior parte dei giovani dei nostri tempi è cresciuta in una sorta di presente permanente”. Per cui, molti giovani, oggi, vivono come se tutto dovesse essere assaporato nell’istante fuggitivo. Ma, se l’insicurezza è dilagante, aumenta in molti la tentazione della violenza.

Eccoci, allora, dinanzi a qualcosa che può aiutarci a spiegare la violenza della cronaca quotidiana. Se non esistono certezze trascendenti, che cosa impedisce alla libertà di diventare arbitrio? Alla tecnica di diventare dominio? Al mio desiderio di trasformarsi in criterio assoluto? E, soprattutto, perché la persona umana dovrebbe essere inviolabile? Allora diventa sempre più difficile rispondere alla domanda: Perché ogni uomo dovrebbe possedere una dignità assoluta?

Non dimentichiamo che l’identità occidentale è il risultato di una straordinaria sintesi culturale fra ‘quattro radici’. Atene, cioè la filosofia greca, la ricerca razionale della verità; Gerusalemme, cioè la tradizione biblica e la fede nel Dio creatore; Roma, cioè il diritto, l’idea della cittadinanza, dell’ordine giuridico e dell’universalità; infine, il Cristianesimo, che ha operato una sintesi tra eredità ebraica, greca e romana, introducendo una concezione radicale della dignità della persona umana.

Il cristianesimo ha dato all’Occidente una risposta potentissima: l’uomo non vale perché è utile, intelligente, produttivo o potente. Vale perché è creatura voluta e amata da Dio. Nel cristianesimo, infatti, la dignità dell’uomo poggia sul fatto che Dio stesso ha assunto la natura umana.

Come uscire allora dal nichilismo? Non si può pretendere di restaurare artificialmente una società che non esiste più. Occorre invece tornare a porre alcune domande fondamentali: Che cos’è l’uomo? Che cos’è la verità? Perché dobbiamo amare il prossimo? Da dove viene la dignità della persona?

Sono queste le domande che costituiscono il vero antidoto al nichilismo. Non si tratta semplicemente di difendere il passato, ma di riaprire il futuro. Qui emerge anche la funzione fondamentale dell’educazione. Educare non significa soltanto trasmettere informazioni. Significa introdurre un essere umano dentro una memoria, una storia, un patrimonio di valori.

Perché un bambino che conosce soltanto il presente è facilmente manipolabile dal presente. Invece, un bambino che conosce la propria storia possiede una distanza critica nei confronti del proprio tempo.

Per questo la trasmissione della cultura è una forma di educazione alla libertà. Solo chi conosce le proprie radici è capace di scegliere. Chi non le conosce rischia di scambiare per ‘nuovo’ l’ultima moda culturale.

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