Trentamila studenti, 1.600 docenti, 1.800 attività in classe. La sperimentazione più ampia d’Italia finisce nel mirino dell’Authority per la privacy. Nel pubblico, silenzio.
Quando i rappresentanti di Google for Education sono atterrati a Verona, all’Istituto Salesiano San Zeno, non erano lì per vendere qualcosa. Erano lì ad ascoltare. Il colosso di Mountain View, che sull’intelligenza artificiale applicata all’istruzione ha investito miliardi, era venuto a sentire cosa aveva da raccontare una rete di scuole cattoliche italiane al termine di due anni di sperimentazione sistematica con i chatbot in classe. Il fatto che ci fossero andati — e in veste di ascoltatori — dice già molto su cosa hanno combinato i Salesiani.
Lo avevamo raccontato su queste pagine undici giorni fa: il progetto “Go Beyond Traditional Education” del Centro Nazionale Opere Salesiane Scuola (qui il LINK al progetto) non è stato un esperimento pilota su due classi di periferia. È stata la cosa più seria fatta in Italia sul fronte dell’intelligenza artificiale nella scuola: 1.600 docenti formati e coinvolti, quasi trentamila studenti raggiunti, 1.800 attività didattiche documentate, dall’istituto primario alla secondaria di secondo grado, lungo l’intera rete salesiana nazionale. I dati sono stati analizzati da don Michal Vojtáš per l’Università Pontificia Salesiana. Google ha messo a disposizione Gemini for Education. I risultati — miglioramento del profitto, aumento del 16% nella creatività degli studenti secondo la loro valutazione, addirittura del 40% secondo i docenti — sono stati misurati, verificati, presentati.
Per capire la differenza di scala: la sperimentazione parallela avviata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito si è svolta per due anni su una classe in quindici istituti distribuiti in quattro regioni, e anche in questo caso con Google. I Salesiani invece l’hanno fatta su tutta la rete. Non è un confronto, è un altro pianeta.
Forse era inevitabile, allora, che a un certo punto arrivasse una lettera.
Il Garante per la protezione dei dati personali ha inviato al Centro Nazionale Opere Salesiane Scuola una richiesta formale di informazioni sul progetto. A preoccupare l’Autorità — stando alla nota ufficiale — è proprio ciò che rende l’iniziativa salesiana degna di attenzione: l’ampiezza dell’estensione, l’organizzazione strutturata, la misurazione sistematica dell’impatto, il coinvolgimento di enti terzi. In altre parole: il Garante si è mosso perché i Salesiani hanno fatto le cose per bene e in grande. Chi lavora sottotraccia, su piccola scala, senza documentare nulla, non finisce nelle richieste di informazioni dell’Authority.
I punti su cui il Garante vuole chiarezza sono precisi: la consistenza dei dati raccolti sugli studenti e chi è autorizzato a trattarli; l’uso dei chatbot nei processi di valutazione; il coinvolgimento dei fornitori esterni — Google in testa — e la gestione delle informazioni sull’apprendimento necessarie per personalizzare l’insegnamento. Entro venti giorni il CNOS Scuola dovrà rispondere indicando le valutazioni effettuate prima dell’avvio del progetto, le modalità di trattamento dei dati, gli istituti coinvolti e l’eventuale svolgimento di una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati.
La risposta salesiana – riporta Avvenire di qualche giorno fa – è arrivata con la velocità e il tono di chi non ha nulla da nascondere: presa d’atto, collaborazione piena, impegno a rispondere nei tempi più rapidi possibili. «La protezione dei dati personali di studenti, docenti e di tutto il personale coinvolto rappresenta da sempre una priorità irrinunciabile», si legge nella nota del CNOS. «La correttezza e la trasparenza nel trattamento dei dati personali restano per noi un valore non negoziabile, al servizio della crescita e della sicurezza dei giovani affidati alle nostre opere». Nessuna difensiva, nessun distinguo: chi ha lavorato in modo trasparente e documentato può permettersi di parlare così.
C’è però una domanda che vale la pena fare: mentre il Garante scrive ai Salesiani, cosa succede nelle scuole statali?
La risposta, a essere precisi, è che qualcosa si muove. Dal gennaio 2026 il Garante per la protezione dei dati personali e la Guardia di Finanza stanno conducendo una serie di controlli nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, previsti fino a luglio. Non si tratta di ispezioni a seguito di segnalazioni: vengono svolte anche d’ufficio, su iniziativa propria. L’obiettivo è verificare che le tecnologie basate su IA siano adottate in conformità con il GDPR e le norme nazionali sulla protezione dei dati, con attenzione particolare ai dati di studenti, famiglie e personale scolastico. I controlli si concentrano sulla conformità dei sistemi, sulle misure di sicurezza, sulla gestione e conservazione delle informazioni trattate dall’IA, e sulla chiarezza delle responsabilità tra scuole e fornitori tecnologici.
Fin qui, tutto condivisibile. Il problema è il contesto in cui questi controlli si inseriscono. L‘uso dell’IA nella didattica pubblica cresce rapidamente, ma — secondo i dati disponibili — meno dell’11% dei docenti dichiara di avere competenze avanzate sugli strumenti che usa. In molti casi l’IA entra in classe senza formazione specifica, senza protocolli condivisi, senza che la scuola abbia formalizzato alcunché in termini di trattamento dei dati. Si usa perché funziona, perché gli studenti la usano comunque, perché nessuno ha ancora detto con chiarezza come farlo bene.
Ed è qui che il confronto con i Salesiani diventa impietoso. Il Garante arriva nelle scuole statali a verificare la conformità di pratiche che in gran parte non sono mai state progettate, documentate o valutate. Arriva, cioè, a controllare l’informale. Arriva ai Salesiani, invece, a chiedere conto di un progetto strutturato, misurato, trasparente — che ha prodotto dati, relazioni, risultati pubblicati. Il paradosso è tutto qui: chi ha lavorato meglio risponde per primo, e con più carte in mano. Chi ha fatto le cose nell’improvvisazione sarà più difficile da ispezionare, perché non c’è quasi nulla da ispezionare.
I Salesiani hanno fatto un lavorone. Hanno formato i docenti, misurato i risultati, costruito un modello replicabile, importato il concetto di “tecnologia a tempo” — l’IA entra in classe ma si ferma alla ricreazione, perché «non è la macchina a spegnersi, è l’istituzione che riafferma il primato del volto sull’interfaccia». Hanno convinto Google a venire ad ascoltarli. E ora rispondono al Garante, con ordine e senza lamentarsi.
Sarebbe utile che i controlli nelle scuole statali non si limitassero a verificare la conformità di ciò che già esiste, ma spingessero verso quello che ancora manca: formazione seria, protocolli chiari, progettazione consapevole. I Salesiani hanno dimostrato che si può fare. La domanda è se il sistema pubblico abbia gli strumenti — e la volontà — per seguire quella strada.