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09.10.2026

Il 23 ottobre in 25 città Convegno CESP “La  scuola disarticolata”

Il 23 ottobre prossimo il CESP ha organizzato un Convegno rivolto a tutto il personale della scuola, “La Scuola Disarticolata”, secondo un nuovo format sperimentato dal CESP nello scorso anno scolastico che ha riscontrato interesse e folta partecipazione dei docenti ai seminari organizzati secondo tale modalità. Il Convegno si svolgerà, infatti, in presenza in circa venticinque città, le cui sedi saranno collegate online con la sede nazionale del CESP a Roma. L’obiettivo di questa giornata di studio è analizzare la fase di mutazione profonda del sistema scolastico pubblico italiano, avvenuta sotto la spinta convergente delle riforme attuate negli ultimi decenni, dall’Autonomia scolastica all’Alternanza scuola-lavoro che trovano, nelle norme emanate nel biennio 2025/2026, dalle Nuove Indicazioni Nazionale per infanzia e primo ciclo, alle Nuove Indicazioni Nazionali dei Licei, alla Riforma Istituti Tecnici e Professionali disposti norme che ne scardinano ulteriormente i presupposti costituzionali e pedagogici. Il titolo “La Scuola Disarticolata” descrive l’esito di un progetto volto a sostituire una visione organica della cultura con l’erogazione di singoli segmenti di addestramento pratico e performativo e il convegno vuole indagarne l’impatto reale, attraverso quegli assi fondamentali che ridefiniscono il lavoro dei docenti e il destino degli studenti.

La prima parte del dibattito muove dall’analisi complessiva dei dispositivi normativi che stanno ridisegnando l’istruzione. L’introduzione delle nuove Linee Guida per l’Educazione Civica (DM 183/2024), l’ossessione per la rendicontazione continua delle competenze e la pervasività dei sistemi di valutazione standardizzata, non sono meri adempimenti burocratici. Rappresentano un radicale slittamento del fine ultimo della scuola: dall’attuazione dell’Articolo 3 della Costituzione – il pieno sviluppo della persona umana e la rimozione degli ostacoli sociali – alla produzione di soggetti iper adattabili, pronti a conformarsi alle richieste contingenti dei mercati globali. Questa visione utilitaristica piega il mandato della scuola pubblica a una logica puramente aziendale. L’educazione civica, svuotata della sua originaria spinta all’emancipazione e alla comprensione critica dei diritti e dei doveri, viene ridefinita in chiave individualista e securitaria, finalizzata a plasmare un cittadino-produttore disciplinato e acritico, più attento alla performance che alla partecipazione democratica e alla solidarietà sociale.

Nei percorsi generalisti e liceali, la disarticolazione opera svuotando i saperi teorici dall’interno attraverso il meccanismo dell’addestramento performativo. I programmi storici e logici vengono spezzettati in moduli brevi e funzionali all’accumulo di crediti, mentre il tempo dell’ascolto e della riflessione viene eroso dalla “dittatura delle griglie”. Il docente cessa di essere un “generatore di coscienza critica” per trasformarsi in un tecnico della programmazione, mentre lo studente viene addestrato alla prestazione immediata. Escludendo l’errore, il dubbio e il pensiero divergente, la classe smette di essere un laboratorio di democrazia e si trasforma in un dispositivo di disciplinamento e docilità intellettuale. Il docente, schiacciato da un sovraccarico burocratico fatto di monitoraggi costanti e report descrittivi, perde sempre più lo spazio per la propria autonomia progettuale e gli approfondimenti disciplinari.

L’attacco più frontale all’architettura scolastica si consuma tuttavia nella nuova filiera tecnologico professionale (modello 4+2) e nei segmenti d’istruzione storicamente rivolti alle fasce sociali più deboli. La riduzione dei percorsi a 4 anni istituzionalizza una grave destrutturazione dei saperi generali (italiano, storia, matematica), degradate a materie di servizio per fare spazio all’ingresso dei mansionari aziendali locali. Questo modello sancisce una precoce canalizzazione dei destini scolastici e personali degli studenti in base alla provenienza sociale. Sottraendo un intero anno alla maturazione culturale, si comprimono i tempi per una completa acquisizione degli strumenti critici fondamentali per decodificare la realtà, subordinando il diritto all’istruzione superiore alle necessità produttive immediate dei territori locali, frammentando così il sistema nazionale in una galassia di sotto-sistemi precari e piegati al profitto.

Questo addestramento precoce e iperspecializzato si estende drammaticamente ai corsi di secondo ciclo, ai CPIA e alle scuole in carcere. In questi contesti, dove la relazione pedagogica in presenza rappresenta l’unico reale strumento di riscatto e di emancipazione, la trasformazione dei Patti Formativi Individuali in calcolatori matematici di crediti e il tentativo di diffondere la “didattica blended” (online) come risposta alle difficoltà di gestione dell’istruzione degli adulti, dentro e fuori dal carcere, cancellano definitivamente la funzione sociale e costituzionale della scuola. L’introduzione dello schermo come surrogato della presenza fisica, proprio dove la marginalità sociale e le barriere strutturali richiederebbero una maggiore relazione, rappresenta una definitiva rinuncia dello Stato. Significa negare alla radice il valore dell’istruzione e della cultura come elemento centrale per la risocializzazione e l’eguaglianza sostanziale, trasformando i luoghi del riscatto in freddi terminali di erogazione di pacchetti informativi standardizzati.

Anna Grazia Stammati Presidente CESP

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