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02.11.2026
Aggiornato alle 09:15

Il cinque meno va spiegato. E con l’IA anche il nove

Ho letto la lettera di Valeria Russo del 25 ottobre sul registro elettronico, e una frase mi è rimasta in testa. Scrive che «anche saper raccontare un insuccesso richiede un lavoro», perché significa «ricostruire la prova». Sono d’accordo. E aggiungo una cosa, lo dico da padre e da psicologo. Con l’intelligenza artificiale bisogna saper raccontare anche un successo.

Prendiamo una versione di latino fatta a casa con l’IA. Non c’è un errore, e il voto sale. Ma se il ragazzo l’abbia capita, onestamente, non lo sa nessuno. A volte nemmeno lui.

Mi ha colpito molto uno studio randomizzato pubblicato su PNAS nel 2025, con circa 1.000 studenti di matematica delle superiori. Chi si esercitava con l’IA senza limiti ha migliorato del 48% i voti negli esercizi. Poi però, alla verifica senza IA, ha preso voti del 17% più bassi di chi non l’aveva mai usata. Una versione che dava solo indizi ha evitato gran parte della perdita.

Quindi il problema, secondo me, non è l’IA. È quello che fa il ragazzo mentre la usa. Se l’IA pensa al posto suo, la risposta lui la conosce, però non l’ha capita. Sapere e capire sono due cose diverse. Lo vedo anche su di me. Chiedo riassunti all’IA tutti i giorni e mi fanno sapere tante cose. Per capirne una davvero, però, devo metterci le mani io e anche sbagliare.

Credo che facciamo tutti lo stesso errore, adulti compresi. Pensiamo che la testa regga tutto, e invece no. L’attenzione e il pensiero sono risorse scarse, e nessuno ci ha mai insegnato a gestirli. Con le emozioni qualcosa abbiamo imparato, come contare fino a dieci o respirare. Con il pensiero quasi niente. Viviamo circondati da ami per la nostra attenzione, e adesso abbiamo anche uno strumento che può pensare al posto nostro.

Con i miei figli andiamo a fare surf. Per un bambino arrivare al di là delle onde è una fatica vera. Poi stai in piedi sulla tavola per pochi secondi, e c’è la gioia di avercela fatta. Lo studio è un’altra cosa, lo so. Però anche lì si impara quando si comincia a prendere gusto alla fatica.

Non voglio essere allarmista. I ragazzi se la caveranno, e impareranno a imparare. Però alcune capacità oggi contano più di prima, e si possono allenare. Per esempio fermarsi un attimo prima di cominciare e chiedersi che cosa si vuole, imparare o solo consegnare. Oppure restare su una cosa sola con il telefono lontano. Io ho tolto tutte le notifiche e decido io quando guardarlo, altrimenti divento una pallina da flipper. E poi andare a fondo, come dicevo prima. Funzionano un po’ come i muscoli, se non le usi le perdi.

Voi insegnanti queste cose le sapete meglio di me, e molti le fanno già. Per questo la mia proposta è piccola e non servono strumenti nuovi. Prima di dare il voto, far spiegare. A inizio lezione, a turno, due o tre studenti hanno due minuti per una domanda sul compito di casa, «Spiegami con parole tue che cosa hai fatto, e perché». È il test più vecchio del mondo, e funziona ancora. Chi ha capito di solito arriva al punto in poche frasi. Chi non ha capito si perde nei passaggi. Non so se sia realistico con trenta ragazzi e il programma da finire, questo lo sapete voi.

Tra l’altro questa domanda cambia anche il modo di usare l’IA. Se il ragazzo sa che dovrà spiegare, gli conviene usarla come un allenatore, per un indizio o per capire dove ha sbagliato. La soluzione già pronta non gli serve più a molto.

A casa noi genitori possiamo fare lo stesso. Per il cinque meno va benissimo la domanda che suggerisce Valeria Russo, «Che cosa pensi di dover rivedere?». Per il nove arrivato un po’ troppo facilmente io ne aggiungerei una, «Spiegami come l’hai fatto».

Il voto resta importante. Solo che con l’IA ci dice soprattutto che cosa è stato consegnato, e per sapere che cosa è stato imparato bisogna farselo raccontare. Grazie a chi, in classe, lo fa già ogni giorno.

Sylvain Rottier

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