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Il cittadino come arbitro

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Ha fatto bene il presidente Mattarella, nel messaggio di fine anno, a ricordare da un lato il tema del lavoro, essenziale per riconoscere dignità alle persone, in particolare ai nostri giovani, e dall’altro a far intendere che la democrazia è fatta di sostanza e di regole, di contro alla logica dell’odio, cioè alla necessità di alimentare, per alcuni, l’idea schmittiana amico-nemico.

Anche nel mondo della scuola, oltre ad insistere, ci diciamo tutti, sull’urgenza di cogliere ciò che unisce, e non ciò che divide, per concentrarci sul valore del nostro “servizio pubblico”, dovrebbe prevalere la comune, appunto, ricerca su come coniugare oggi la centralità, in ogni servizio, dell’utente, e non del gestore o della struttura burocratica predisposta per garantire quel benedetto “servizio”.

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Anche in merito all’accordo sulla mobilità, da più parti criticato, perché privilegia i docenti a scapito degli studenti e delle famiglie, va cercato assieme un punto di sintesi. Perché a chi lavora venga garantita la dignità, in una cornice di verifica della qualità effettiva, e dall’altro i nostri ragazzi non siano lasciato sempre all’ultimo posto, quando si fanno gli accordi sindacali.

Per questa finalità, i sindacati stessi, essenziali in democrazia, dovrebbero uscire da ogni logica corporativa ed assistenziale, per puntare al riconoscimento della professionalità come valore fondante il nostro “servizio pubblico”. L’assistenzialismo, ce lo dobbiamo dire, non lo sopporta più nessuno.

Ed il mondo della scuola, altra confessione, è molto più avanti delle varie burocrazia, come delle stesse discussioni sindacali o corporative. Molto più avanti.

Dalla democrazia formale, dunque, alla democrazia sostanziale, cioè vincolata il più possibile al principio che sono i cittadini la stella polare e termine ultimo di riferimento delle istituzioni e delle mille relazioni sociali, ma anche economico-finanziarie. “Il cittadino come arbitro”, come amava ripetere Roberto Ruffili, raffinato studioso e politico cattolico ucciso dalle Brigate Rosse il 16 aprile 1988.

E’ arrivato il tempo di liberarci da tante incrostazioni, presenti nelle varie caste, corporazioni, dei tanti privilegi mascherati come diritti.

La Buona Scuola un primo passo in questo senso l’ha fatto, introducendo l’etica della responsabilità. Ma il discorso è più generale.

Poiché il cittadino, cioè, possa davvero diventare arbitro dovremmo tutti cambiare registro, anzitutto non considerando più lo Stato come il grande Leviatano dal quale solo difendersi (o da “mungere” all’infinito), perché lo Stato siamo noi tutti, ed in seconda battuta convinti che i cittadini meritano più fiducia di quella che viene solitamente “concessa”: nello scegliere i propri rappresentanti politici, nello stabilire la qualità o meno dei “servizi pubblici” (scuola, sanità, trasporti, ecc.), nel decidere “dal basso”, secondo una logica “sussidiaria”, tutto ciò che e’ vicino al proprio vissuto quotidiano. Vicinanza percio’ anche sul piano fiscale, senza più logiche vessatorie.

Gli enti intermedi, gli enti locali, in questi termini, rispetto al crescente centralismo, dovrebbero essere riconsiderati. Ma in una logica di regole e standard condivisi e di verifiche sul campo. Il vero vulnus del nostro “sistema Paese”.

In questa nuova ottica, dovremmo rileggere assieme i concetti di concorrenza e competizione, non solamente cioè in termini negativi, come noi italiani siamo soliti fare. Questi concetti hanno anzitutto un sapore positivo, perchè il confronto produce relazioni, ed è sempre positivo imparare dai più bravi, per migliorarsi e corrispondere alle sempre nuove esigenze ed attese di tutti.

Se le ideologie totalitarie, che hanno reso il novecento “secolo buio”, hanno azzerato la “società civile” perché solo lo Stato sa il bene dei propri cittadini, in una “società aperta” come la nostra i cittadini sono meno sciocchi di quel che si pensa, perché hanno tante possibilità di informarsi e possono decidere, in una cornice di poche norme e chiare (e nella “certezza del diritto”, quindi anche della pena), le priorità del vivere sociale e personale. La storia italiana come noi l’abbiamo conosciuta è stata invece la storia di una nazione “bloccata”, dai mille conflitti di interesse, dai mille recinti corporativi.

“Il cittadino come arbitro” diventa oggi la vera ancora di salvezza in un momento rivoluzionario come quello che stiamo vivendo. Con una globalizzazione che sta già ridisegnando i rapporti sociali ed istituzionali: nazionali, europei e mondiali. Antidoto ad ogni forma di statalismo dunque, cioè ad ogni resistenza corporativa, ma anche alle varie forme di narcisismo individualistico, per il recupero della socialità primaria, rappresentata da quei “corpi intermedi”, cioè anzitutto dai Comuni e dagli enti locali e dalle libere organizzazioni sociali. Non si corre il rischio, questa la maggiore obiezione, di lasciare ai potentati locali la gestione dei rapporti non solo istituzionali? Non e’ un rischio lontano, ma già oggi evidente, solo che assegnare agli stessi cittadini la verifica e la scelta dei propri “servizi pubblici” (su standard nazionali, lo ripeto, e con verifiche “terze”) aiuterà tutti a quell’”etica della responsabilità” personale e pubblica che è la risorsa prima di un Paese che non teme il confronto, la trasparenza del proprio operato, la forza positiva del dialogo aperto. Democrazia sostanziale, appunto.