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Il Codacons denuncia i dirigenti Miur; per il comitato San Giuliano di Puglia le cose sono peggiorate; Anief: per studenti e personale permangono rischi, soprattutto al Sud. Ma i Comuni si tirano fuori

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Sono commenti a senso unico quelli giunti il 31 maggio dopo i preoccupanti dati del Censis sulla condizione degli edifici scolastici italiani.

Carlo Rienzi, presidente del Codacons, è durissimo: ricorda che già con la class action del 2011 il Tar del Lazio e il Consiglio di Stato avevano ordinato al Miur di varare un ‘Piano nazionale di edilizia scolastica’. “Ma – aggiunge Rienzi – dopo 3 anni nulla è stato fatto” e a fronte di ciò annuncia la denuncia di tutti i dirigenti del Ministero dell’Istruzione dal 2011 a oggi per inottemperanza.

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Nella piccola comunità di San Giuliano di Puglia, il comune molisano dove il 31 ottobre del 2002, dopo una scossa di terremoto, crollò la scuola del paese causando la morte di 27 bambini e della loro maestra, è impossibile dimenticare quei piccoli bambini finiti sotto le macerie della scuola che doveva proteggerli. Ed è per questo che i dati del Censis generano molta rabbia. Antonio Morelli, uno dei genitori dei bambini morti sotto la “Jovine” e che è a capo del Comitato dei familiari delle vittime, dice che “dopo San Giuliano le cose invece di migliorare sono peggiorate perché ogni governo che è arrivato ha solo tolto fondi alla scuola. Anziché togliere fondi ai partiti li hanno tolti alle scuole. Di conseguenza la sicurezza è venuta sempre meno, ma noi l’abbiamo sempre denunciato”. Per Morelli quello che è successo alla “Jovine” non ha portato ad una inversione di rotta. “La morte dei nostri figli non è servita a nulla, non ha insegnato niente a nessuno, soprattutto ai politici”. È con loro che si arrabbia il presidente del Comitato, anche se spera in Matteo Renzi. “Oggi forse il premier ha finalmente rilanciato il tema della sicurezza nelle scuole, quantomeno lui ne parla e dice che a breve partiranno i cantieri. Allora noi lo aspettiamo al varco, aspettiamo che si passi dalle parole ai fatti. Io gli ho anche mandato una lettera e l’ho invitato a fare una visita a San Giuliano, laddove è nato il problema. Qui oggi c’è una scuola sicura, dopo il tributo che abbiamo pagato è il minimo che si poteva fare”.

In effetti, oggi la nuova Jovine è considerata oggi la scuola più sicura d’Italia, costruita con le tecniche più avanzate. Certo, non si può dire lo stesso degli altri paesi terremotati del Molise: in alcuni si sono realizzati i nuovi edifici a norma, in altri ancora oggi, dodici anni dopo, si fa lezione nei prefabbricati di legno. Proprio dal Molise parte il ragionamento del sindaco di San Giuliano, Luigi Barbieri. “Forse solo in Molise qualcosina in più si è fatta a seguito dello stanziamento di fondi avvenuto dopo il terremoto. Ma la situazione resta grave in tutta Italia e rischiamo di piangere altre vittime. L’appello che rivolgiamo da anni è: mai più una nuova San Giuliano, ma bisogna farlo concretamente, con iniziative e fondi precisi”. Dal Comitato dei familiari delle vittime della “Jovine”, negli anni passati era partita l’iniziativa per una apposita legge di iniziativa popolare per la sicurezza delle scuole. La proposta fu fatta propria da parlamentari di tutti gli schieramenti politici: poi più nulla.

A chiedere al Governo che si “passi subito ai fatti” è l’Anief: “in queste ultime settimane abbiamo sentito parlare dell’invito del premier a 4.400 sindaci perché individuino la struttura scolastica del loro Comune più a rischio, dello sblocco del patto di stabilità che favorirà migliaia di interventi di decoro e manutenzione straordinaria. Il Ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, ha assicurato che sono in arrivo 3,5 miliardi, con 10mila cantieri aperti già dalla prossima estate. Estate, però, che sta arrivando senza alcuna traccia, ad oggi, di interventi concreti di edilizia scolastica. Siamo fermi a un dato che parla da solo: negli ultimi 5 anni il 56% delle scuole italiane non sono state sottoposte ad alcun tipo di intervento, nemmeno di ordinaria manutenzione”.

Intanto, ricorda il sindacato, “in Italia il 60% degli edifici scolastici continua ad essere a rischio sisma: su 42mila plessi, il 60% rimane sprovvisto delle scale di sicurezza e delle porte antipanico, il 48% non rispetta la normativa antincendio, il 42% non ha il certificato di agibilità statica e il 29% non dispone nemmeno del certificato di agibilità sanitaria. Inoltre, più dell’11,1% continua a mantenere all’interno della struttura scolastica parti in amianto cancerogeno”.

“I rischi si sono poi amplificati – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – con l’eliminazione, negli ultimi anni, di 2mila scuole, e di 200mila posti tra docenti e amministrativi, tecnici ed ausiliari: con il risultato che l’elevazione dei limiti numerici degli alunni per classe da adottare in casi eccezionali, introdotti durante la gestione Gelmini, sono diventati la norma: nella scuola d’infanzia si è passati da 28 a 29 alunni per classe, alla primaria da 25 a 28 ed alle superiori si sono concesse deroghe fino alla presenza di 33 alunni per classe. Non a caso all’inizio di quest’anno si sono avuti diversi casi di classi composte con un numero di alunni da record”.

I rischi per gli studenti e il personale che opera nelle scuole rimangono sopra il livello di guardia. Soprattutto in alcune aree del Paese. Tra cui il Sud, in particolare Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. È emblematica la situazione della Campania, dove sono ben 4.600 le scuole a rischio sismico.

Intanto gli enti locali non si dicono responsabili. “I comuni – ha detto il componente dell’ufficio di presidenza dell’Anci Antonio Satta – sono solo il terminale di un sistema scolastico al collasso infrastrutturale. Gli interventi del governo Renzi sono utili, ma in questo caso è necessario un piano pluriennale con finanziamenti stabili previsti nelle prossime leggi di stabilità. Le scuole, soprattutto nei piccoli centri, sono luoghi di aggregazione culturale e sociale. La qualità delle scuole è il biglietto di visita di un Paese e – ha concluso Satta – su noi sindaci, nel campo della manutenzione, ricadono troppi oneri”.