Erasmus+, tante opportunità anche per i docenti: ecco cosa c'è da sapere

BreakingNews.
Ascolta le ultime notizie
00:00
00:00
23.05.2026
Aggiornato alle 21:53

Il curricolo verticale, un antidoto per abbandoni e dispersione. Ma le nuove Indicazioni lo considerano poco. Nostra intervista al CIDI

Le Indicazioni nazionali del primo ciclo e quelle dei licei fanno tornare di grande attualità il tema del curricolo verticale.
E in queste ultime settimane, non a caso, una delle più importanti realtà associative del mondo della scuola, il CIDI, è tornato sull’argomento con iniziative diverse.

Ne parliamo con la presidente Valentina Chinnici, con Mario Ambel, linguista e già presidente dell’Irrsae Piemonte e con Carlo Fiorentini, esperto di educazione scientifica.

Proprio quest’anno – esordisce Chinnici – abbiamo festeggiato una data importante: proprio 20 anni CIDI aveva istituzionalizzato il curricolo verticale. Dobbiamo anche dire che questo modello mette in evidenza pratiche didattiche che si inseriscono nella cultura delle Indicazioni precedenti che facevano riferimento al quadro concettuale della complessità”.
“A noi – aggiunge la presidente – pare che le Indicazioni della Commissione Perla tendano all’appiattimento e alla semplificazione e cioè proprio all’esatto contrario di quello che avviene ogni giorno nelle nostre classi abitate, tra l’altro, da una pluralità e da una differenziazione notevole di di alunni che hanno bisogni diversi, storie diverse, studi diversi”.

Dobbiamo anche dire che la “cultura” del curricolo verticale risale a ben prima anche degli ’80…

“Assolutamente sì” sottolinea Fiorentini che ricorda: pochi giorni fa ho ripreso in mano un vecchio testo di Clotilde Pontecorvo e  Luisa Fusé,”il curricolo prospettive teoriche e problemi operativi” pubblicato nell’81 quando la prospettiva curricolare si intrecciava strettamente con il dibattito sui “nuovi” programmi che stavano nascendo (quelli delle “medie” di allora del 1979 e quelli delle elementari del 1985).
Poi con le norme sulla autonomia è cambiato l’impianto: i programmi non si chiamano più in questo modo e diventano le Indicazioni e richiamano docenti e scuole alla esigenza di costruire un curricolo attento anche alle esigenze del territorio e degli studenti.

Ma a questo punto dobbiamo mettere bene in evidenza qual è la differenza fondamentale fra scuola del programma e scuola del curriculum perché come tutte le parole importanti poi le accezioni di queste parole sono multiple, hanno tanti significati.
Per il Cidi e in generale per tutte le forze democratiche più impegnate per un cambiamento reale, la nuova prospettiva è quella di voler effettivamente mettere al centro non più le discipline a cui gli studenti dovevano adeguarsi, ma di concepire discipline come lo strumento fondamentale per la formazione e quindi mettere al centro lo studente.

Sul ruolo della formazione linguistica Mario Ambel ha parecchio da dire, visto che per tanti anni è stato insegnante di scuola media, ma ha lavorato anche all’IRSAE dove è stato eh presidente.
Già 50 anni fa si era occupato di educazione linguistica democratica, collaborando anche con Tullio De Mauro; per molti aspetti Ambel  si è occupato anche del tema del curricolo, ed anzi, sotto certi aspetti puà essere considerato uno dei tanti ideatori del curricolo verticale all’interno del CIDI.
Facciamo quindi con lui una osservazione: apparentemente, l’entrata in vigore di nuove Indicazioni sia per il primo ciclo sia per i licei dovrebbe facilitare la costruzione di una curricolo verticale

La replica di Ambel è precisa.
Mi pare che questo sia un problema molto serio e contingente.
Oggi sia nel Cidi sia in altre associazioni si parla di come progettare un curricolo di scuola al tempo delle indicazioni oppure con le indicazioni; qualcuno dice anche “nonostante le indicazioni”
La domanda che tutti oggi ci facciamo è: in questo momento quali sono i margini di effettiva praticabilità rispetto alle indicazioni? Questo non è chiaro. Ci sono illustri esposizioni di questo punto di vista dalle quali però è sempre molto difficile dedurre fin dove i docenti sono liberi.
Faccio un esempio che mi appartiene storicamente: io ho una certa idea dell’educazione linguistica democratica che condivido con parecchi insegnanti, con il CIDI, in primis, ma anche con il Lend e con GISCEL. Ecco, questa idea di educazione linguistica che si traduce in una serie di concrete pratiche didattiche è sostanzialmente all’opposto di quella che delineata nelle indicazioni del primo ciclo.
E allora, io insegnante, con i miei colleghi, cosa posso fare? Posso insegnare la grammatica come intendo io oppure la devo  insegnare come è indicato e scritto o più o meno esplicitamente o tra le righe delle indicazioni.
Perché se nelle nuove Indicazioni ci sono parti o aspetti non prescrittivi, allore per maggior chiarezza, sarebbe opportuno cancellarle.

Non dimentichiamo però che c’è anche il problema dei libri di testo, di recente il Ministro ha ricordato che comunque devono rispettare rigorosamente le Indicazioni…

Dal mio punto di vista sottolinea Fiorentino – nella primaria c’è ancora la possibilità di non adottare e di potere utilizzare i soldi per comprare materiale. La mia opinione è che nella primaria se un insegnante è minimamente consapevole della sua professione non può che fare la scelta di non adottare almeno i sussidiari.

Per la verità – conclude Valentina Chinnici – nel campo dell’editoria scolastica abbiamo avuto delle prese di posizione molto forti da parte degli editori; alcuni di loro si sono esposti in modo molto evidente per rivendicare anche il fatto che loro non sono dei meriti esecutori della volontà governativa; e ci sono anche case editrici indipendenti.In Sicilia, nella mia regione, la casa editrice Palumbo ha fatto anche dei seminari importanti, hanno invitato Tommaso Montanari e tanti altri intellettuali prendendo nettamente posizione sull’idea ministeriale che i libri di testo debbano essere conformi ai dettami delle Indicazioni.
E, per quanto riguarda, i contenuti, a me preme molto evidenziare che non possiamo tornare indietro su alcune questioni di fondo. Per esempio per noi l’impostazione della didattica della storia prevista dalla Commissione Perla è completamente da rigettare perché è una storia basata sull’identità, sulla supremazia dell’occidente. Tralasciando anche un aspetto culturale e metodologico che riguarda il disconoscimento dell’uso delle fonti che, al contrario (ed è da decenni che la ricerca lo ha confermato) rappresenta la via maestra a tutte le età.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate