Mentre in Italia la legge sulla tutela dei minori online resta impantanata, l’Australia raddoppia le multe alle Big Tech. Fino a 99 milioni di dollari australiani per le piattaforme che non impediscono l’accesso ai social ai minori di 16 anni. È una notizia che dovrebbe interessare molto la scuola italiana, perché sposta il dibattito dal terreno, ormai insufficiente, dell’educazione digitale a quello della responsabilità pubblica delle aziende tecnologiche.
L’editoriale di oggi 1° luglio a firma di Stefano Vicari sul Corriere della Sera arriva nel momento giusto. E ha il merito di dire con chiarezza ciò che spesso viene rimosso: non stiamo discutendo soltanto di smartphone, social network, libertà individuali o abitudini familiari. Stiamo discutendo di salute mentale, sviluppo cognitivo, sonno, attenzione, relazioni, identità e benessere degli adolescenti.
Vicari, ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica e direttore dell’Unità operativa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Bambino Gesù, non indulge in facili allarmismi. Non sostiene che internet sia la causa unica dell’aumento di ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari o ritiro sociale. Ma ricorda un punto decisivo: un’esposizione precoce, intensa e non regolata ai social media può amplificare vulnerabilità già presenti.
È qui che il tema diventa cruciale anche per il mondo dell’educazione. Perché la scuola vede ogni giorno ragazzi più stanchi, più distratti, più esposti al confronto permanente, più dipendenti dall’approvazione immediata. Vede studenti che faticano a concentrarsi, a leggere testi lunghi, a tollerare la frustrazione, a costruire relazioni non mediate dallo schermo. Naturalmente non tutto dipende dai social. Ma sarebbe ingenuo pensare che piattaforme progettate per catturare attenzione, stimolare ricompense immediate e prolungare il tempo di permanenza non incidano sulla vita cognitiva ed emotiva degli adolescenti.
Per anni abbiamo risposto con la formula dell’educazione digitale. Necessaria, certo. Ma non più sufficiente. Dire a famiglie e scuole che devono educare i ragazzi all’uso consapevole della rete è giusto; scaricare solo su famiglie e scuole l’intero peso del problema è invece comodo e ipocrita. Perché dall’altra parte ci sono piattaforme globali, algoritmi opachi, interessi economici enormi e ambienti digitali costruiti per trattenere il più possibile l’utente.
Il caso australiano mostra che il vento sta cambiando. L’Australia, primo Paese al mondo a introdurre un divieto di accesso ai social sotto i 16 anni, ha deciso di aumentare drasticamente le sanzioni contro le aziende che non rispettano la normativa. Non solo multe più alte: anche maggiori poteri all’autorità di controllo, l’eSafety Commissioner, per chiedere dati, documenti interni e prove concrete sull’effettiva applicazione delle misure. Infatti a marzo l’autorità eSafety ha rilevato che il 70% dei minori che avevano un account sulle piattaforme soggette a restrizioni nel giorno di entrata in vigore del divieto risultava ancora attivo su Facebook, Instagram, Snapchat e TikTok.
Il punto è politico e culturale: la protezione dei minori non può dipendere dall’autoregolazione delle Big Tech. Non basta che le piattaforme dichiarino di avere policy, linee guida e strumenti di controllo parentale. Devono dimostrare che funzionano. E, se non funzionano, devono risponderne.
Anche l’Europa si muove in questa direzione. Il Parlamento europeo – Tecnica della scuola ne ha parlato più volte – ha chiesto un’età minima digitale armonizzata a 16 anni per l’accesso ai social media, alle piattaforme di condivisione video e agli AI companion, con accesso tra 13 e 16 anni solo con consenso dei genitori e divieto sotto i 13 anni. Non è ancora una legge vincolante, ma è un segnale forte: la tutela dei minori online non può restare frammentata, debole o affidata soltanto alla buona volontà delle famiglie.
In Italia, invece, il percorso procede a fatica. Il disegno di legge bipartisan (Meduni-Madia) sulla tutela dei minori nella dimensione digitale si è arenato, mentre restano aperti nodi complessi: verifica dell’età, privacy, anonimato, controllo parentale, responsabilità delle piattaforme. Sono questioni delicate, ma non possono diventare l’alibi per non decidere.
La scuola, in tutto questo, non può essere lasciata sola. Ai docenti si chiede già di educare alla cittadinanza digitale, prevenire il cyberbullismo, riconoscere segnali di disagio, insegnare il pensiero critico, gestire l’uso dell’intelligenza artificiale, parlare con le famiglie, intervenire sui conflitti relazionali nati online e poi esplosi in classe. Ma senza una cornice normativa chiara, il lavoro educativo rischia di diventare una battaglia impari.
Il “diritto di scollegarsi” evocato da Vicari dovrebbe allora diventare una parola d’ordine anche per il mondo della scuola. Non nel senso di un rifiuto della tecnologia, ma come diritto dei minori a crescere senza essere costantemente esposti a dispositivi pensati per condizionare attenzione, emozioni e comportamenti.
Proteggere i ragazzi non significa trattarli da incapaci. Significa riconoscere che l’autonomia si costruisce gradualmente e che l’età evolutiva richiede ambienti adeguati. Nessuno considera una violazione della libertà vietare a un dodicenne di guidare o di comprare alcolici. Dovremmo avere lo stesso coraggio nel chiederci se sia davvero libertà lasciare bambini e adolescenti soli davanti a piattaforme che conoscono le loro fragilità meglio degli adulti che li educano.
Il punto di vista di Vicari è chiaro: la sfida, oggi, è uscire dall’ipocrisia. Educare sì. Ma anche regolare. Accompagnare sì. Ma anche pretendere trasparenza. Responsabilizzare le famiglie e la scuola sì. Ma finalmente chiedere conto anche alle aziende digitali.