Il Disegno di Legge di Bilancio 2027, approvato dal Governo il 28 ottobre 2026, prevede un ulteriore e pesante taglio degli organici della scuola pubblica: 4.925 posti di docente e 2.049 posti di personale ATA in meno a partire dall’anno scolastico 2027/2028. Una scelta che si aggiunge ai tagli già effettuati e che, in meno di tre anni, porta a 14.808 posti complessivamente soppressi: 10.585 docenti e 4.223 ATA. Numeri che raccontano con chiarezza l’attenzione di questo governo per la scuola pubblica: renderla progressivamente più povera di risorse, più fragile nell’organizzazione e sempre meno in grado di rispondere ai bisogni educativi e formativi. Nella stessa Legge di Bilancio 2027, invece, viene prorogato il bonus di 1.500 euro destinato alle famiglie che scelgono di iscrivere i propri figli alle scuole paritarie. Una misura che sottrae risorse pubbliche a favore della scelta delle scuole private.
La giustificazione ufficiale del calo demografico è ormai diventata un ritornello e un pretesto. Il governo lo trasforma nell’ennesima occasione per tagliare posti di lavoro e ridurre i fondi per la scuola pubblica. Meno alunni non significa dover avere meno scuola! Significa, al contrario, poter costruire una scuola migliore, con classi meno affollate, maggiore attenzione alle esigenze individuali, tempi distesi e condizioni di lavoro più dignitose per tutto il personale. Noi sosteniamo da tempo che gli organici del personale docente e ATA devono essere aumentati, non ridotti. Chiediamo un vero tempo pieno nella scuola primaria, garantito in tutto il paese. Chiediamo classi e sezioni con un massimo di 20 alunni e 15 in presenza di alunni con disabilità, affinché anche l’inclusione non rimanga una dichiarazione di principio, ma diventi una concreta opportunità educativa e formativa.
E’ altrettanto grave l’ennesima riduzione degli organici ATA. Assistenti amministrativi, assistenti tecnici e collaboratori scolastici non sono personale accessorio, né una voce di bilancio da comprimere a ogni manovra finanziaria. Sono figure indispensabili per il funzionamento quotidiano delle Istituzioni Scolastiche. Senza un numero adeguato di collaboratori scolastici diventa sempre più difficile garantire la sorveglianza degli alunni, la pulizia degli ambienti e la sicurezza degli edifici. Senza assistenti amministrativi e tecnici sufficienti, aumentano i carichi di lavoro, si accumulano le incombenze e si rischia di compromettere la regolarità di procedure amministrative e servizi essenziali per tutta la comunità scolastica. Si pretende che le scuole continuino a funzionare con sempre meno personale, scaricando sulle lavoratrici e sui lavoratori carichi di lavoro insostenibili e responsabilità crescenti. Tutto ciò si traduce quotidianamente in stress, difficoltà organizzative e peggioramento delle condizioni di lavoro. E mentre si tagliano gli organici, gli stipendi del personale scolastico continuano a perdere potere d’acquisto, con una riduzione che, negli ultimi tre decenni, si aggira intorno al 30%. Si chiede a docenti e ATA di garantire qualità, sicurezza e responsabilità sempre maggiori, ma si continua a negare loro un riconoscimento economico adeguato. Meno personale, più lavoro, salari impoveriti: questo è il quadro che continua a prospettarsi per chi ogni giorno permette il funzionamento della scuola pubblica.
La scuola non è un’azienda chiamata a produrre servizi al minor costo possibile, né un capitolo di spesa sul quale intervenire ogni volta che si devono recuperare risorse. È il luogo in cui si formano le nuove generazioni, si costruiscono conoscenze, si sviluppano consapevolezza, pensiero critico e partecipazione democratica. È un presidio fondamentale di emancipazione sociale e di contrasto alle disuguaglianze. Per questo nella scuola bisogna investire, non tagliare. Servono più personale, retribuzioni dignitose, stabilizzazione del lavoro precario, edifici sicuri, spazi adeguati e risorse per garantire il diritto allo studio a tutte e tutti. Non servono ulteriori tagli mascherati da razionalizzazione, né politiche che utilizzano il calo demografico come pretesto per ridurre le risorse. Le risorse pubbliche ci sono e le scelte di bilancio sono, prima di tutto, scelte politiche. Si trovino i fondi per la scuola, per la sanità e per i servizi pubblici, sottraendo le spese destinate agli strumenti di morte e distruzione e alle opere inutili e dannose. La scuola pubblica non può continuare a essere il terreno sul quale si scaricano le politiche di risparmio e precarizzazione dei governi di turno. Difendere la scuola pubblica significa difendere chi ci lavora e chi la frequenta. Significa riconoscere che docenti e ATA non sono numeri da cancellare nelle tabelle ministeriali, ma lavoratrici e lavoratori che garantiscono ogni giorno il funzionamento della scuola pubblica. La scuola pubblica è un bene comune e va difesa, rafforzata e valorizzata!
Esecutivo nazionale COBAS Scuola
pubbliredazionale