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12.08.2026

Il lavoro a scuola produce stress, lo dice l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro: è giunta l’ora di prendere provvedimenti

C’è anche il lavoro che si svolge a scuola tra quelli più stressanti e quindi generatori di burnout e in generale di rischi per la salute: lo dice l’indagine Osh Pulse 2025 dell’Eu-Osha, l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, che è andata a rilevare l’entità dello stress da correlato tra i lavoratori in Europa. Le professionalità della scuola, ad iniziare dai docenti, sono citate anche da Roberto Feroli, Ceo di ‘TuttoBene Tv’ e project manager di ‘Salute.it’, che ha analizzato i dati dell’indagine Ue.

Il 29% dei lavoratori europei – ha detto Feroli – dichiara di soffrire di stress, depressione o ansia collegati o aggravati dal lavoro, mentre oltre il 40% riferisce di operare costantemente sotto una forte pressione dovuta ai tempi e ai carichi di lavoro”.

Sono dati che inducono a fare “una riflessione anche in Italia, dove nel 2025 l’Inail ha registrato 98.463 denunce di malattia professionale, con un incremento dell’11,3% rispetto all’anno precedente, confermando una crescente necessità di investire nella prevenzione dei rischi fisici e psicosociali”.

Il caso della scuola

Nel caso della scuola, si tratta di prendere finalmente coscienza del problema ed agire con provvedimenti ad hoc, in chiave preventiva, ad iniziare dalla rilevazione ufficiale dei dati, dallo studio approfondito delle cause e dalla possibilità di uscita anticipata dal lavoro (o impegni professionali diversificati) per i soggetti – docenti, ds e Ata – più a rischio salute.

Del resto, ha continuto il Ceo, anche “la sesta Indagine Inapp sulla Qualità del lavoro, realizzata su 20.000 lavoratori”, ha evidenziato “che il 57% degli occupati è esposto a un significativo carico psicologico ed emotivo durante l’attività lavorativa, mentre il 18% ritiene che il proprio lavoro rappresenti un rischio per la salute”.

L’AI complica, non aiuta

E le nuove tecnologie non sembrano aiutare. Anzi: l’indagine Osh Pulse ci dice che “ilivelli di stress sono superiori alla media tra i lavoratori che utilizzano strumenti di intelligenza artificiale (76,2% contro il 70,6%), confermando come i cambiamenti organizzativi e tecnologici rendano sempre più strategica la prevenzione dei rischi psicosociali nei luoghi di lavoro”.

La scienza ci dice che lo stress è una risposta fisiologica dell’organismo di fronte a richieste impegnative. E si trasforma in disturbo, se non in patologia, quando si prolunga nel tempo senza consentire un adeguato recupero. In queste condizioni il corpo resta in uno stato di continua attivazione, con alterazioni che possono coinvolgere il sistema nervoso, endocrino, cardiovascolare e immunitario.

È importante distinguere il burnout dallo stress temporaneo e dai disturbi d’ansia, pur riconoscendo che tutti possono avere importanti ripercussioni sulla salute e sulla qualità della vita.

Secondo l’Oms, “il burnout è un fenomeno occupazionale conseguente a uno stress cronico sul luogo di lavoro non gestito con successo, caratterizzato da esaurimento delle energie, crescente distacco mentale dal lavoro e riduzione dell’efficacia professionale“.

Invece, “lo stress non è sinonimo di debolezza e non riguarda soltanto chi svolge professioni particolarmente pesanti – afferma Feroli – Quando una persona convive per settimane o mesi con tensione continua, senza recuperare energie, l’organismo comincia lentamente a presentare il conto. Ignorare questi segnali significa aumentare il rischio di conseguenze sempre più importanti”.

Il fenomeno non si manifesta improvvisamente

Secondo gli studiosi, del resto, lo stress da lavoro correlato non compare quasi mai improvvisamente: quasi sempre si manifesta con sintomi progressivi che vengono sottostimati o attribuiti alla normale stanchezza.

“Tra i segnali più frequenti – si legge nel rapporto – figurano insonnia, sonno non ristoratore, stanchezza persistente, irritabilità, ansia, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria, riduzione delle prestazioni lavorative, cefalea, tensioni muscolari, cervicalgia, tachicardia, disturbi gastrointestinali, variazioni dell’appetito e maggiore suscettibilità alle infezioni. Quando questi sintomi persistono nel tempo o interferiscono con la vita lavorativa, familiare e sociale, è fondamentale rivolgersi al proprio medico, evitando di considerarli una normale conseguenza del lavoro”.

Lo studio europeo fa notare anche che “le principali evidenze scientifiche mostrano che uno stress cronico può contribuire allo sviluppo o al peggioramento di numerose condizioni cliniche. Oltre ai disturbi d’ansia, alla depressione e al burnout, aumenta il rischio di ipertensione arteriosa, malattie cardiovascolari, alterazioni metaboliche, disturbi gastrointestinali, cefalee croniche e problematiche muscolo-scheletriche. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) e l’Oms sottolineano inoltre che i rischi psicosociali incidono sulla produttività, aumentano assenze e turnover e compromettono il benessere complessivo dei lavoratori e delle organizzazioni”.

Quello che emerge dalla ricerca è anche che la prevenzione non può essere affidata esclusivamente alla capacità individuale di ‘resistere’. Le indicazioni di Oms, Ilo ed Eu-Osha convergono sulla necessità di intervenire soprattutto sull’organizzazione del lavoro, migliorando i carichi, i turni, la comunicazione interna, il sostegno ai lavoratori e la formazione dei dirigenti. A norma di legge, in Italia il decreto legislativo 81 del 2008 (nella grande maggioranza degli istituti scolastici mai introdotto sul piano pratico) prevede che la valutazione dei rischi debba comprendere anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, riconoscendo la tutela della salute psicologica come parte integrante della sicurezza nei luoghi di lavoro.

“Riposare non basta”

Il problema, sottolinea Feroli è che “dire semplicemente a una persona di riposare di più non basta. La prevenzione vera significa creare ambienti di lavoro nei quali il benessere organizzativo sia considerato un investimento e non un costo. Turni sostenibili, personale adeguato, ascolto e formazione riducono il rischio di stress cronico e migliorano la qualità del lavoro”.

Lo stress lavoro-correlato produce conseguenze che vanno ben oltre il singolo lavoratore: riduce la qualità della vita, aumenta il rischio di assenze, favorisce errori, compromette la produttività e determina un impatto economico e sociale rilevante per aziende, sistema sanitario e collettività.

“La salute mentale e quella fisica sono due facce della stessa medaglia. Riconoscere precocemente i segnali dello stress, intervenire sulle cause organizzative e promuovere una vera cultura della prevenzione significa proteggere le persone prima che il disagio diventi una patologia. È questa la sfida che il mondo del lavoro deve affrontare nei prossimi anni”, conclude Feroli.

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