Giovanna Fiume, già docente di Storia moderna all’Università di Palermo, cura un saggio collettaneo su San Benedetto Manasseri, detto il Moro, realizzato a seguito di un convegno internazionale, voluto dai frati francescani, tenutosi a Palermo, di cui il Santo è compatrono con Santa Rosalia, in occasione dei 500 anni della sua nascita, avvenuta nel 1524.
Di questi giorni la pubblicazione degli atti, in un volume dal titolo, “Schiavitù e santità nera. A 500 anni dalla nascita di san Benedetto il Moro”, Istituto Poligrafico Europeo, 20,00 €, con gli interventi di 13 studiosi, chiamati ciascuno a svolgere un tema attinente, non solo alla vita esemplare del Santo nero, ma anche all’ambiente storico, culturale e politico del tempo, compresi i richiami ai giorni nostri, contrassegnati da rigurgiti razzisti e schiavisti, di cui il caporalato nei campi è una delle tante espressioni, come fanno notare, subito dopo la preziosa prefazione di Fiume, il teologo Massimo Naro, che stigmatizza, dandone conto in termini evangelici, il traffico d’uomini sul “Mediterraneo nero”, e Alessandro Di Maio sulle rotte migratorie di tanti disgraziati alla ricerca di una vita migliore in Europa.

Completano il volume gli interventi, di alto pregio scientifico, sulla figura del Santo e sui richiami storici e politico-culturali che diedero avvio alla sua beatificazione, giustificandone e illustrandone dunque le motivazioni e le scelte della chiesa, su proposta dell’ordine dei francescani, altri 11 studiosi: Vincenzo Abbate, Floriana Giallombardo, Rafael Castañeda Garcia, Alvaci Mendes da Luz, Sonia Cristina de Albuquerque Vieira, Dàrio Benedito Rodrigues Nonato da Silva, Fernando Trupia, Laura Barreca, Igor Scalisi Palminteri, Giuseppe Barbera- Donato Salvatore La Mela Veca, Giuseppe Dragotta.
Santo siciliano, ma con la pelle nera, per i frati minori è stata l’occasione per portare alla venerazione degli altari un personaggio certamente carismatico, ma pure un beato che potesse in qualche modo dare voce alla sempre maggiore presenza di africani schiavi che la tratta negriera conduceva in Spagna e Portogallo e da qui nel Nuovo mondo, in sostituzione della popolazione locale che si dimostrò ben presto inadatta e insufficiente alla dura fatica cui era sottoposta.
Un commercio di uomini che raggiunge, “tra XVII e XVIII secolo cifre sempre più consistenti” incrementato e richiesto dalla “forte domanda di forza lavoro nelle miniere, nelle piantagioni e nel servizio domestico”.
Un Santo dunque che potesse in qualche modo rappresentare queste masse di disperati, costretti alla schiavitù, all’origine perfino tollerata dalla chiesa, come del resto è stato nella sua tradizione, per esempio, medievale, e che fosse pure di esempio per convertire i tanti milioni di neri al cattolicesimo, si prestava bene alla logica di una teologia universalistica del papato e dunque dell’ordine stesso dei missionari francescani nel nuovo mondo. Nel libro è fatto pure notare come la le celebrazioni delle feste dedicate al santo nero avessero influenze e modalità rituali assai vicino alla mai scordata cultura africana, sempre portata nel cuore e di cui i riti voodoo ne sono ampia espressione.
In ogni caso è a Palermo, nel 1652, che il Senato cittadino lo elegge compatrono e suo avvocato celeste, mentre nelle Americhe lui è, a seconda dell’area linguistica, “San Benito de Palermo o São Benedito o Preto (il Nero) in area lusofona”
Precisa Giovanna Fiume: la sua santificazione “facilita l’opera di evangelizzazione degli schiavi africani condotta dai missionari: dagli altari uno schiavo dalla pelle nera indica un modello di santità incentrato sull’umiltà, l’obbedienza, l’amore tra le classi e le razze in un contesto di duro sfruttamento e di schiavitù”.