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11.08.2026

Il velo dell’ideologia e la crisi dell’Occidente: perché si torna a parlare di burqa a scuola?

Il dibattito sul divieto di indossare il burqa e il niqāb nelle aule scolastiche è tornato al centro dell’agenda politica e mediatica. In vista dell’avvio del nuovo anno scolastico i molti recenti interventi del ministro Valditara, che intende introdurre una norma specifica, hanno trovato un preciso riscontro nelle risoluzioni parlamentari n. 7-00309 e 7-00395 approvate dalla Commissione Cultura della Camera (Tecnica della scuola le ha presentate QUI). I testi impegnano il governo a adottare iniziative nei «locali scolastici» per «prevenire fenomeni di marginalità sociale e separatismo religioso» e tutelare l’«istruzione delle bambine».

Sul piano intellettuale, la cornice teorica dell’operazione viene sostenuta dall’editorialista Ernesto Galli della Loggia, in particolare  con un intervento sul Corriere della sera che, come ha scritto la ricercatrice Mackda Ghebremariam Tesfaù su Domani di ieri 10 agosto, descrive le classi ad alta presenza di alunni immigrati come contesti di scontro valoriale, auspicando un’Italia «multietnica ma non multiculturale».

Problema reale o no?

Eppure, analizzando la realtà quotidiana degli istituti italiani, la questione del velo integrale si conferma una pratica «quasi più assente che marginale». L’unica reale eccezione di rilievo nazionale che ha acceso le cronache è il «caso Monfalcone», esploso nel febbraio del 2025 all’istituto superiore “Sandro Pertini”, dove un piccolo gruppo di studentesse si presentava a lezione con il niqāb. In quell’occasione la scuola ha risolto il tema sul piano pratico-gestionale mediante una procedura interna: il riconoscimento personale delle ragazze all’ingresso in una stanza riservata prima dell’inizio delle lezioni. La sproporzione tra l’isolamento di episodi come quello isontino e la portata della reazione legislativa suggerisce che il vero oggetto del contendere non sia la gestione del burqa in classe, ma la presenza e la percezione globale dell’Islam nello spazio pubblico.

Il quadro normativo e la contraddizione della neutralità

L’aspetto paradossale della vicenda è che l’ordinamento italiano e quello europeo possiedono già gli strumenti giuridici per bilanciare sicurezza e libertà.  Ad esempio la sentenza n. 3076/2008 del Consiglio di Stato ha bocciato il divieto generalizzato di burqa per sola pubblica sicurezza, lasciando però aperta la strada a regolamenti e leggi settoriali motivati da specifiche esigenze didattiche o di identificazione.

Nessuno poi in questi giorni ha segnalato che già nel 2006 l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi ricordava come il volto scoperto fosse un requisito imprescindibile per la fiducia e le relazioni sociali. Su questo principio le stesse organizzazioni e comunità islamiche maggioritarie in Italia si mostrano in larga parte concordi, riconoscendo che la sicurezza e il corretto svolgimento delle attività didattiche richiedano l’identificabilità della persona. Va poi detto che l’obbligo di indossare il burqa non deriva da un precetto religioso (nel Corano non vi è traccia di questo obbligo e la Sura XXXII parla dello hijab che nessuno contesta perché lascia completamente visibile il viso di chi lo indossa) ma piuttosto da tradizioni politiche e sociali inizialmente di alcune zone del Pakistan e dell’Afghanistan.

A livello sovranazionale, le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) del 2014 e 2017 hanno legittimato i divieti del volto coperto nei luoghi pubblici invocando la tutela delle relazioni interpersonali e il principio del «vivere insieme» (vivre ensemble). Successivamente, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE, sentenza 15 luglio 2021) ha confermato la legittimità delle politiche di neutralità negli ambienti lavorativi ed educativi, riconoscendo il diritto dei genitori a far educare i figli da personale che non manifesti ostentazioni religiose.

Tuttavia, l’invocazione della giurisprudenza UE della CGUE apre un immediato cortocircuito: la Corte di Lussemburgo stabilisce infatti che la neutralità è legittima solo se applicata in modo rigoroso, generale e indistinto a tutte le confessioni. Di conseguenza, pretendere la neutralità dell’ambiente scolastico usandola come clava contro l’Islam finirebbe per rimettere inevitabilmente in discussione la presenza stessa del crocifisso alle pareti delle aule italiane.

Insomma, se neutralità deve essere che neutralità sia! Ma, come può benissimo comprendere chi ci legge, si rischia di entrare in un loop da cui non se esce più.

Tra doppi standard e il paradosso dell’Occidente

La domanda da farsi è allora un’latra: cosa c’è dietro al ciclico riemergere di questo scontro politico? Da un lato vi è una reale e complessa preoccupazione circa i processi di integrazione e i rischi di radicalizzazione tra le seconde e terze generazioni, oltre all’esigenza penale e civile di perseguire i casi in cui l’uso del velo sia frutto di una costrizione familiare o di violenze fisiche e morali. Dall’altro lato, come evidenzia Ghebremariam Tesfaù richiamando le analisi della sociologa Sara R. Farris sul «femonazionalismo», la difesa della libertà delle donne rischia di trasformarsi in una scorciatoia retorica per giustificare politiche punitive d’immigrazione. Ovvero, questo sostiene Farris nel suo volume del 2019 “Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne”, i temi femministi e della parità di genere rischiano di essere strumentalizzati da parte di forze politiche nazionaliste, di destra e neoliberiste per giustificare politiche razziste, xenofobe e islamofobe.

In questo scenario emerge poi il rischio di un doppio standard della politica scolastica:

  • quando si affrontano i temi dell’affettività e dell’educazione sessuale, la famiglia viene eretta a santuario intoccabile a cui garantire il diritto di veto tramite il consenso informato;
  • quando si parla di famiglie di fede islamica, l’autonomia educativa dei genitori si ribalta di segno e viene automaticamente trattata come un nucleo coercitivo da sorvegliare, condizionare o sanzionare in nome di una “libertà” definita dall’alto.

La contraddizione più profonda riguarda tuttavia l’idea stessa di «Occidente» evocata dal ministero e dai teorici della continuità culturale. Agli studenti di origine straniera si chiede di integrarsi subordinandosi ai “valori occidentali”, un concetto che viene spesso sovrapposto alle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Il corto circuito svela così tutta la sua ironia: si prefigura per i nuovi cittadini un percorso di assimilazione o di vera e propria conversione culturale al cristianesimo, proprio mentre la società europea vive una fase di profonda secolarizzazione post-cristiana e la pratica religiosa reale è ai minimi storici. La battaglia sul burqa a scuola si rivela così per quello che è: non tanto una misura pedagogica adatta a governare la classe reale, quanto il sintomo di una crisi d’identità tutta occidentale che proietta sulle aule scolastiche le proprie insicurezze ideologiche.

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