Il sostegno a scuola non funziona: per sette docenti su dieci non si fa bene inclusione degli alunni con disabilità a scuola. I problemi, inoltre, sono moltissimi, prima tra tutti la mancata “vocazione” di molti docenti di sostegno, spesso senza specializzazione: a dirlo sei docenti su dieci. Questo quanto emerge da un sondaggio che ha coinvolto 1.070 persone: 889 docenti, 87 genitori, 9 studenti, 13 dirigenti.
I dati del sondaggio sono inequivocabili: tutti, tra docenti, studenti e genitori credono che a scuola, non si riesce a fare davvero inclusione. A pensarla così è il 69,85% degli insegnanti partecipanti al sondaggio. Per non parlare dei genitori: ha dato risposta uguale l’85,06% dei loro, anche se la loro partecipazione all’analisi è stata esigua.
Ma quali sono i problemi relativi al sostegno a scuola? Elencarli non è facile, sono innumerevoli. Ecco cosa hanno scritto, nello spazio dedicato alle risposte aperte, i nostri lettori che hanno partecipato al sondaggio. Tra loro ci sono molte proposte:
“Torniamo alle classi differenziali”.
“Troppe certificazioni di comodo nei licei, volute dai genitori”.
“Anche la presenza di diverse problematiche DSA e BES in classe fanno da ostacolo”.
“Non è possibile fare inclusione in classi di 25 alunni con due, se non addirittura tre, alunni con disabilità che implicano problematiche comportamentali non lievi”.
“Docenti non formati adeguatamente”.
“Da docente di sostegno mi pesa la responsabilità di dover compilare da sola documenti importanti (e lunghissimi), che nessuno legge. Mi pesa che ai GLO non c’è collaborazione, i colleghi non partecipano e non riceviamo informazioni. Da me i docenti curricolari non compilano e non leggono il PEI e pensano che l’alunno/a con disabilità sia responsabilità esclusiva del docente di sostegno. Avere informazioni sui casi, anche solo la consultazione del PEI dell’anno precedente o di documenti utili alla sua redazione, quando si ha un caso nuovo in prima, è difficile anche all’interno dello stesso IC. Inoltre facciamo tantissime supplenze anziché stare con gli alunni. Per me non è mai stato un ripiego, ma adesso inizio a essere stanca di queste dinamiche e sto meditando il passaggio su materia”.
“Il problema non sono i docenti senza specializzazione, ma l’inclusione non si realizza perché i docenti disciplinari non hanno il tempo e la voglia di farla accadere durante le loro ore. Sono pochi i minuti che dedicano all’alunno di disabilità, che è trasparente insieme al docente di sostegno. Quest’ultimo, deve fare da balia per non far disturbare la lezione”.
“Purtroppo alcuni insegnanti titolari di classe non sono disposti a collaborare, l’insegnante di sostegno è relegato su una sedia, vicino al bambino, e pretende materiale pronto per le ore scoperte, che regolarmente non usa”.
“Assurdo che chiunque possa fare il docente di sostegno senza titolo, è un insegnante di ruolo che volesse passare a fare il sostegno non lo può fare perché non ha la specializzazione”.
“Le insegnanti di sostegno non hanno il materiale adatto, spesso devono acquistarlo privatamente facendo collette tra alunni, genitori e insegnanti magnanimi”.
“Una buona inclusione richiede formazione di tutti i docenti, così quelli curriculari potrebbero anche avere ore sul sostegno e viceversa (cattedre miste). Inoltre occorrono più risorse (economiche e più personale)”.
“Bisogna preparare meglio gli insegnanti di sostegno e far fare agli insegnanti curricolari almeno un’esperienza col sostegno”.
Nel frattempo molti episodi di cronaca fanno credere che occorrerebbe ripensare il sostegno a scuola mentre alla Camera si discute del cambio di denominazione da docente di sostegno a docente per l’inclusione.
L’anno scorso ci sono state importanti novità in materia di reclutamento dei docenti di sostegno: la riforma della conferma dei docenti di sostegno (supplenti) da parte delle famiglie e la possibilità di ottenere la specializzazione tramite Indire, di cui sta per partire il II ciclo. Ma basta questo per fare bene inclusione a scuola? I problemi, a quanto pare, sono altri.