Con il prossimo anno scolastico, nella scuola secondaria di primo grado potrebbe prendere avvio l’insegnamento del latino, come previsto dalle Nuove Indicazioni per il primo ciclo.
Ma bisogna precisare alcuni aspetti importanti.
Il regolamento adottato con il decreto del dicembre scorso e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 27 gennaio usa una formula ben precisa: “l’insegnamento del latino per l’educazione linguistica (LEL) può essere avviato, in via di prima applicazione, a partire dalle classi seconde e terze funzionanti nell’anno scolastico 2026/2027, utilizzando gli spazi di autonomia, flessibilità e ampliamento dell’offerta formativa, nelle more dell’integrazione del quadro orario settimanale e annuale della scuola secondaria di primo grado”.
Le stesse Indicazioni sottolineano che tale insegnamento deve intendersi opzionale e curricolare.
In altre parole non ci sarà nessun obbligo di inserire il latino (anzi il LEL, latino per l’insegnamento linguistico) nel percorso didattico della secondaria di primo grado, anche perché non è detto che la scuola disponga di docenti abilitati a questo insegnamento.
Ma non è questo l’unico problema.
Intanto c’è da dire che con una-due ore settimanali ben difficilmente si potranno raggiungere gli obiettivi previsti dal documento ministeriale che parla addirittura di comprensione della “funzione del latino nella produzione di testi e documenti con valenza storico-letterario-giuridica e nel patrimonio culturale nazionale (artistico, archeologico, epigrafico, museale)”.
Senza considerare che le Indicazioni propongono, tra l’altro, di aiutare gli alunni a:
Chiunque abbia anche solo qualche nozione di latino sa benissimo che con le prime due declinazioni (rosa, rosae e lupus, lupi) non si fa molta strada.
Paradossalmente non si sarebbe neppure in grado di comprendere appieno cosa significhi l’acronimo SPQR molto diffuso su edifici romani anche moderni. Nella frase Senatus populusque romanus sono infatti presenti un sostantivo della quarta declinazione (senatus) e la particella “que”, congiunzione usata spesso in latino al posto di “et” per legare parole fortemente correlate fra di loro.
E vogliamo parlare delle favolette di Fedro? Persino la notissima favola di Fedro del lupo e dell’agnello potrebbe presentare difficoltà quasi insormontabili anche dopo due anni di latino (anzi di LEL): “Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi”. (Allo stesso ruscello un lupo e un agnello erano venuti. spinti dalla sete).
C’è poi un’ultima questione, non del tutto secondaria : ma per quale motivo far studiare (poco e male) la lingua di Cesare e di Cicerone anche agli studenti che poi dopo la “terza media” andranno in un professionale o in un tecnico ? Non sarebbe meglio dedicare quelle ore a studiare un po’ meglio l’italiano o la storia (magari anche quella del ‘900) o si teme che i nostri ragazzi possano conoscere troppe parole (già Don Milani ci ricordava che l’operaio conosce 100 parole e il padrone ne conosce 1000″)?