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Aggiornato il 08.11.2025
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Insegnare storia: è impegnativo e difficile, bisogna mantenere viva la memoria del passato e costruire una sorta di “pedagogia della Resistenza” [INTERVISTA]

Insegnare la storia è una operazione complessa, non solo dal punto di vista didattico. Gli aspetti che entrano in gioco sono tanti, ci sono questioni psicologiche, culturali e anche ideologiche. Non a caso è proprio sul tema della storia che si sono scatenate le polemiche più vivaci dopo l’emanazione delle Nuove Indicazioni Nazionali per il primo ciclo. Ne parliamo con Dario Missaglia, un passato di sindacalista nella Cgil Scuola. Da anni è impegnato nella associazione professionale Proteo (adesso fa parte del Comitato tecnico-scientifico).

Quanto è importante oggi usare la nostra memoria per raccontare la storia e quanto questo è importante anche dal punto di vista dell’insegnamento e dell’apprendimento della storia. Forse è un tema che su cui dovremmo riflettere, forse va ulteriormente valorizzato questo aspetto anche da un punto di vista didattico

Questa domanda tocca un tema di importanza straordinaria perché sono sotto gli occhi di tutti azioni che conducono a cancellare la storia o a fare in modo che si affermi una storia serva del potere di turno. In alcuni casi si tratta di rimozione, in altri casi di negazionismo, altre volte ancora di “presentismo”.
E allora maggior ragione su temi come quello di cui discutiamo oggi, cioè la resistenza, la cui memoria inevitabilmente destinata ad attenuarsi per effetto del della scomparsa, diciamo così, dei testimoni viventi di questa pagina straordinaria, chi prenderà il posto della memoria se non la storia.
Dobbiamo tornare con molta forza e con molta determinazione ad una storia che non sia serva, ma che serva, a formare, a conoscere, a capire, a costruirsi una mentalità libera, aperta, a capire i drammi, i problemi del nostro tempo.
Faccio un solo esempio: se davvero i programmi di storia fossero centrati solo sulla civiltà occidentale, come vorrebbe l’attuale ministro dell’istruzione, come riusciremmo a capire il dramma del popolo palestinese? Cioè, come riusciremo a capire quanto accadde nel 1948 quando con l’uso della forza e con un atto di incredibile cinismo politico venne realizzata un’operazione neocoloniale i cui risultati e esiti drammatici si vedono proprio in quest’ultimo periodo.

Di recente, insieme con altri studiosi e ricercatori lei ha realizzato un bel volume per mantenere viva la memoria di una esperienza storica straordinaria, quella dei Convitti della Rinascita e cioè di quelle scuole nate proprio per decisione di tanti uomini e tante donne che avevano preso parte alla Resistenza.
E il libro si intitola addirittura “Per una pedagogia della Resistenza”.
Quanto è importante mantenere memoria di questo pezzo del nostro passato e della stessa parola “Resistenza”?

E’ fondamentale, anche perché mi pare che questa parola non riesca ad entrare nel lessico di chi oggi governa il Paese. Eppure senza quell’evento storico non ci sarebbe stata la Costituzione che abbiamo. D’altronde, nessun paese sconfitto della seconda guerra mondiale ha avuto una costituzione come quella italiana per la semplice ragione che la nostra resistenza fu anche lotta armata, fu liberazione delle regioni del nord da parte dei partigiani, liberazione dall’occupazione nazista, liberazione da quello che era rimasto del regime fascista. Se non ci fosse stato questo episodio centrale della nostra storia noi non avremmo avuto questa Costituzione. Resistenza e Costituzione sono aspetti inseparabili, come ormai da tanti anni ripete in maniera, quasi didattica e didascalica, il nostro Presidente della Repubblica.

Nel suo saggio di apertura del volume lei sottolinea un aspetto importante e sostiene che la Resistenza fu un fatto non solo militare, ma anche etico. Cosa vuole dire?

E’ semplice: la Resistenza non si limitò ad essere lotta anche armata contro l’invasore o contro i fascisti, ma fu un fatto etico perché si ispirava un’idea di rinascita. I Convitti della Rinascita rientrano proprio in questo.
Alla fine della guerra l’Italia si trovava in condizioni disastrose, era un paese distrutto, ridotto alla fame, alla povertà, alla miseria. Ma chi aveva lottato per renderla un Paese libero immaginava un futuro diverso ma non solo dal punto di vista economico. I Convitti della rinascita nascono da una da un’idea, da una suggestione che i partigiani della Valdossola che proprio nei momenti più difficili incominciano a chiedersi: “Ma quando tutto questo sarà finito di che scuola avrà bisogno l’Italia?”

E come si passa da questo dibattito alla realizzazione concreta dell’esperienza?

A Milano nasce il primo Convitto dedicato ad Amleto Livi, a un partigiano che a 16 anni fu ucciso dai fascisti.
Non era una scuola, un convitto, cioè una comunità vera e propria dove si viveva, si studiava e si lavorava. Gli studenti erano giovani fra i 14-15 e ai 21-22.
La comunità era fondata innanzitutto sulla partecipazione e sull’autogoverno: e queste sono due parole che, se ci pensiamo, sono ancora modernissime.
Luciano Raimondi, che fu uno degli animatori più importanti di questa esperienza, aveva in mente di realizzare un convitto per ogni provincia. Ma il progetto non andò in porto; nel 1947-48 l’unità nazionale che stava dando come frutto la Costituzione, iniziò a mostrare non poche crepe. Nel 1948 con le elezioni politiche, si afferma la vittoria della Democrazia Cristiana che, una volta al Governo, comincerà a ridurre i finanziamenti che consentivano ai convitti di svilupparsi fino a eliminarli del tutto.
Vi furono esperienze eccellenti, ognuno degli 11 convitti realizzati, si inventò un’attività coerente con la storia, le attività del proprio territorio, riuscendo in questo modo a sopravvivere ben oltre le scarse risorse che venivano erogate dallo Stato.
Ma alla fine l’esperienza morì.E’ davvero una storia interessante anche se poco trattata nei testi di storia della scuola, per diverse ragioni che vengono spiegate nel nostro libro.

Veniamo all’ultima questione.
In che modo si può parlare oggi di Resistenza ai ragazzi? Non dimentichiamo un dato psicologico importante: si tratta di fatti storici che risalgono a più di tre quarti di secolo fa. La distanza è tanta, come erano distanti per la nostra generazione che è andata a scuola negli anni 50 e 60, le guerra coloniali di fine ‘800. Per noi parlare di guerra di Libia era quasi parlare di preistoria. Temo che anche per i giovani di oggi, la Resistenza sia vista come una cosa lontanissima nel tempo.

E’ assolutamente vero. La narrazione della Resistenza della nostra generazione non basta più perché ogni narrazione figlia della sua storia, della sua epoca.
Noi abbiamo incontrato nella nostra gioventù la Resistenza e l’antifascismo nelle piazze, nelle lotte operaie, negli scioperi dei metalmeccanici, nella nascita del sindacalismo confederale. L’abbiamo incontrata lì, non abbiamo avuto bisogno dell’insegnante di storia che ce la spiegasse. Oggi non è più così.


Ma qual è allora la narrazione che oggi può funzionare?

Io credo che sia gli insegnanti sia i giovani dovrebbero poter riflettere a mente libera sulle esperienze fatte dai giovani che erano vissuti nella seconda metà degli anni ’40. Dovremmo ragionare un po’ su un modello di scuola centrato appunto sulla partecipazione e sull’autogoverno: potrebbe essere un terreno utile per vedere come quei valori costruiti con la lotta di liberazione possano diventare pratica educativa.
Insomma dovremmo ragionare sull’etica e sulla pedagogia della Resistenza più che sulle vicende militari di quel periodo.

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