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Aggiornato il 09.02.2026
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“Insegneranno ai miei figli a diventare drag queen”: i timori (assurdi) dei genitori dietro il rifiuto dell’educazione sessuale

Valerio Musumeci

Sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole la soluzione non sono i lineamenti sul funzionamento dell’apparato sessuale inseriti nei programmi di biologia. E nemmeno i corsi una tantum affidati a esperti esterni alla scuola, che sono certamente importanti ma, da soli, non possono bastare. “Servirebbero corsi curriculari dedicati a questi temi, come accade in Svezia da cinquant’anni. Come si studiano la storia, la matematica, l’inglese, così si dovrebbe studiare l’educazione sessuale”, spiega a La Tecnica della Scuola Enrico Galiano, docente, scrittore, divulgatore.

Disegno di legge ancora da approvare

La questione è stata sollevata dopo l’approvazione dell’emendamento al disegno di legge sul consenso informato, che estende il divieto di trattare tematiche sessuali alla scuola secondaria di primo grado (prima valeva soltanto per scuola dell’infanzia e primaria) e introduce il consenso informato dei genitori, appunto, per affrontare il tema nella secondaria di secondo grado. In attesa che il DDL venga approvato in via definitiva, hanno precisato nelle scorse ore associazioni come Educare alle differenze, le regole restano quelle già in vigore. Nessuna rivoluzione immediata, insomma.

La presa di posizione del ministro Valditara

Da parte sua, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha sottolineato come i programmi scolastici già in vigore prevedono “tutta una serie di insegnamenti che riguardano le differenze sessuali, la procreazione, il concepimento, l’evoluzione fisiologica del corpo, la pubertà, i rischi delle malattie sessualmente trasmissibili“. Proprio sul fatto che questi argomenti debbano essere “accennati” in altre materie e non trattati in modo organico in una materia scolastica a sé, tuttavia, nascono le contestazioni. Come quella di Galiano, che critica il ragionamento alla base.

Mancato consenso solo da una minoranza di famiglie

Per il docente la stretta sull’educazione sessuale non nasce da un’esigenza reale, ma serve a soddisfare una minoranza. “Si vuole placare la paura di una minoranza di famiglie, che temono che questo tipo di attività formative possano influire negativamente sull’educazione dei propri figli”. Già oggi, aggiunge, attività di questo tipo devono essere approvate dai genitori, attraverso un apposito modulo. “Di solito non firmano una, massimo due famiglie per classe. Persone che pensano: chissà cosa succederà mai, insegneranno ai miei figli a diventare drag queen“.

“Fondamentale il sostegno nell’educazione sessuale”

Proprio queste famiglie, riflette Galiano, sono quelle che avrebbero più bisogno di un sostegno nell’educazione sessuale dei loro figli. “I ragazzi che escono da questi contesti magari poi sono quelli che per insultare un compagno dicono ‘frocio’, che dicono che le donne devono stare a casa a lavorare, e cose del genere”. Fenomeni in preoccupante crescita. “I numeri fanno paura. Ecco, a chi pensa che l’educazione sessuale debba essere vietata farei incontrare uno di quei ragazzi che sono fermamente convinti che per sedurre una ragazza, per conquistarla, la cosa migliore è sbatterla al muro. Poi voglio vedere se si pensa ancora che non c’è bisogno dell’educazione affettiva“.

“Prevenire approccio violento alla sessualità e alle donne”

C’è anche un tema di sicurezza. “È inammissabile che oggi ci siano ragazzi di terza media, momento in cui gli esperti ci diocono che inizia l’approccio alla sessualità, che non sanno cosa sia il preservativo“, dice Galiano. “Non sono ragazzi stranieri con l’L2, che non parlano italiano, sono italiani e che poi molto probabilmente sono gli stessi che hanno quell’approccio errato, violento anche alla sessualità e alle donne“. Una mano può venire dai media e dai social. “Forse un linguaggio nuovo può servire a veicolare meglio un messaggio complesso, ma al quale non si può rinunciare”.

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