Di recente ho visto un meme in versione maglietta con fondo nero e bande colorate. Banda rossa e scritta bianca: “It’s ok to be Native”. Banda gialla: “It’s ok to be Asian”. Banda marrone: “It’s ok to be Latin”. Banda nera, senza scritte. Banda bianca con scritta nera: “It’s ok to be Normal”. Era la versione scorretta di una maglietta inclusiva e una persona, bianca, mi ha detto che la trovava divertente e voleva comprarla al figlio adolescente per mettersela a scuola, dove però metà degli studenti non sono bianchi. In seguito ho scoperto che non era nemmeno la peggiore.
L’ho vivamente sconsigliata di farlo, perché quel messaggio apparentemente simpatico era una provocazione. Le ho detto che i destinatari – gli altri – si vedono ribadire in continuazione, anche da magliette come quella, che sono estranei al paese dove vivono e magari sono nati. Me la sono cercata. Mi sono tornati indietro i consueti cliché: “sono loro a doversi adattare”, “non si può più dire niente”, “siamo o no in un paese libero”. Immagino di non averla convinta.
Non dovrei stupirmi però mi succede: alcuni principi giustissimi come la libertà di parola se portati all’estremo e fatti buoni per ogni contesto diventano attacchi frontali – con l’aggravante dell’aggressive humour – che fanno ridere solo chi pensa di non esserne il bersaglio. Perché se fa ridere noi non dovrebbero ridere anche loro, le vittime? E fattela, una risata.
Il comico – di tutti i tipi – non è innocente, non è neutro, non è un passatempo. È la più raffinata tecnica di regolazione sociale che abbiamo perché delimita i gruppi di chi ride assieme contro l’obiettivo del riso. Per questo nella comicità va considerato sempre chi si sta escludendo perfino più di chi si sta includendo ed è necessario porre un’enorme attenzione al contesto. Cosa che un prodotto standard – meme, maglietta, slogan – per definizione non fa.
Quello che poi la maglietta non dice ma fa capire è che se “Native”, “Asian”, “Latino” sono ok, “Black” non lo è. La maglietta “parla” chiaramente al mercato USA, un paese costruito da 250 anni di immigrazione che cerca spesso di dimenticarlo. I neri sono la minoranza più longeva negli Stati Uniti e rappresentano il 13,5 della popolazione al 2025, spesso in prima linea nelle lotte per i diritti civili come il più recente Black Lives Matter.
Le t-shirt parlanti, un’invenzione squisitamente statunitense, hanno avuto fortuna perché permettono di dichiarare le proprie idee semplicemente indossandole. Qui però il contesto non è l’America: l’Unione Europea ha scelto la convivenza tra culture e non l’assimilazione statunitense. Ma l’incontro col diverso genera sempre incertezze e le paure portano molti ad ascoltare chi paventa invasioni e promette remigrazioni se chi arriva non ha il livello C1 della nostra lingua, ipocritamente sorvolando sul 46% di studenti diciannovenni che non raggiunge il minimo in italiano previsto dalle Indicazioni nazionali.
Molti europei sono nati ormai con i confini aperti e le estati bollenti e non capiscono che cosa rimpiangano i più vecchi che hanno vissuto il trauma del mercato globale. Vanno a scuola con i figli dei migranti e si sono già abituati a una cittadinanza un po’ più variegata.
L’Italia, però, ha una differenza importante con il resto d’Europa. Per cent’anni siamo stati un paese di emigrazione, e oggi ci stupiamo ancora quando ci dicono che il 9,4% della popolazione è straniero. Nei paesi ex imperiali (Francia, Regno Unito, Paesi Bassi) o economie ricche (Germania, Belgio, paesi del nord Europa) hanno avuto il tempo di accettare l’emigrazione come fondamento della loro crescita economica. Noi abbiamo sostanzialmente rincorso il fenomeno.
In questo cambiamento epocale, i puristi della razza saranno sconfitti dai numeri: da più di vent’anni la popolazione italiana decresce e se rimane stabile è solo grazie agli arrivi dall’estero. Ma pure gli immigrati ormai dal 2012 fanno sempre meno figli. La nostra società futura sarà molto mescolata etnicamente e culturalmente – esattamente quello che siamo noi oggi, figli di Roma sì, ma anche degli arabi, dei longobardi e di tutti gli altri. La buona notizia per tutti è che se l’immigrazione cambia noi, cambia molto di più loro. Per Peter L. Berger questa è la contaminazione cognitiva: una volta conosciuto l’altro non puoi più ignorarlo e si modifica per sempre il tuo modo di vedere il mondo.
Le magliette-meme che ci invadono si indirizzano soprattutto ai giovani e sfruttano lo stesso meccanismo che piace ai tanti sovranisti: il semplice e affascinante incasellamento in categorie immutabili e avulse dal contesto, come l’etnia o la nazione. Da noi come in Germania, e perfino di fronte all’evidenza di nazionali sportive che con la creolizzazione vincono (Spagna e Francia), qualche politico continua a dire che i giocatori della Francia non sono “veri francesi”.
Il nostro è un mondo faticoso da gestire per tutti, giovani e “boomer” – che per i suddetti giovani è chiunque abbia più di 30 anni. Ma la soluzione semplice e buona per tutte le stagioni non esiste e crederci rischia di fare seri danni. A questo c’è un rimedio: dare ai nuovi italiani responsabilità e opportunità – non è un regalo, perché lo sappiamo tutti che studiare è faticoso. Abbiamo un patrimonio unico al mondo, come amiamo ribadire, ma se noi decresciamo senza sosta, tutto il peso di questa grande cultura lo lasceremo in eredità proprio a loro, ai figli di quei migranti che saranno i nuovi noi. Vogliamo davvero lasciarli impreparati?
Giordano Vintaloro