Home Generale Invalsi: noi misuriamo non valutiamo

Invalsi: noi misuriamo non valutiamo

CONDIVIDI

“Noi siamo esperti che forniscono misurazioni, non valutazioni, la valutazione è il passo successivo. L’Invalsi deve offrire strumenti alla scuola per valutarsi e in questa ottica dobbiamo andare oltre i test che ci sono e che comunque vogliamo mantenere, per offrire altri strumenti, altri tipi di prove. Tutte le prove, nel loro insieme, porteranno poi alla valutazione complessiva”

Se si esaminano bene i dati, anche quelli della Fondazione Agnelli, al centro del dibattito c’è l’Invalsi.
“L’Invalsi”, spiega Ajello, “offre strumenti, è come un termometro che può misurare la temperatura ma per la diagnosi serve una valutazione medica, adeguata”.
Bisogna andare incontro agli insegnanti che, dice la neo presidente, temendo si essere giudicati, osteggiano queste misurazioni mentre occorre decidere insieme, condividere. La valutazione va fatta, “dobbiamo continuare a fare rigorosamente quello che abbiamo fatto finora e dobbiamo fare di più, se per esempio dobbiamo misurare le competenze sulla cittadinanza, e non solo sulla grammatica e sulla matematica, occorrerà studiare prove adeguate. Insomma ci rivolgiamo alla scuola in modo problematico e non autoritario, non siamo i controllori, diamo strumenti. Anche perché quali sono le competenze da misurare e poi valutare lo decide la politica e non l’Invalsi”.

Sul “cosa valutare” è intervento l’ex ministro Luigi Berlinguer, quello che alla fine degli ormai lontani anni Novanta introdusse per la prima volta in Italia tra forti resistenze il tema della valutazione, mettendo in piedi lo scheletro di quello che sarebbe poi diventato l’Invalsi.

Prima ancora della valutazione – interviene Berlinguer – tabù che abbiamo provato a infrangere perché alla fine degli anni 90 nessuno voleva sentirne parlare, c’è da definire la funzione del docente. Vincere le resistenze significa da un lato abbandonare quell’idea della sacralità del professore che dice: “I voti li do io” ma nello stesso tempo dare grande valenza pubblica all’attività educativa. L’insegnante è sottovalutato, non può essere un impiegato civile dello Stato, l’insegnante è come il medico e come il magistrato, la sua è un’alta professione sociale. Se non facciamo questo prima di tutto non risolveremo il problema della valutazione”.

Ma come valutiamo un insegnante, visto che anche la Fondazione ha detto che valutare il singolo non solo è inutile ma è dannoso?
“Questo è l’altro nodo. Il modo in cui si insegna e si apprende in Italia, la trasmissione cattedratica di nozioni, in un mondo dove il web ha rivoluzionato il modo di apprendere, di conoscere le cose, è vecchia di cent’anni. Va cambiata”.
Da qui parte anche il professor Francesco Profumo, ministro dell’Istruzione nel governo Monti. “C’è un modello industriale di istruzione che va respinto. Oggi la società è liquida, la valutazione va ripensata e, in un’ottica di trasparenza e pubblicità dei dati, andrebbe creata una piattaforma per mettere a disposizione i tanti dati che già ci sono sulle scuole. Non occorrono tante risorse e avremmo una valutazione continua”.