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Perché scelgo di non scioperare

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Sono quasi 500, ad oggi, le adesioni ad una iniziativa promossa da alcuni presidi (#iononsciopero) che cerca di fare chiarezza sulle reali ragioni dello sciopero del 5 maggio.

Un’adesione in massa, dunque, in pochi giorni.

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Si tratta, nella sostanza, di garantire una corretta informazione in merito al disegno di legge sulla Buona Scuola in questi giorni approdato in Parlamento, e già oggetto di alcuni aggiustamenti emendativi.

Perché, è giusto dirlo, questa correttezza di informazioni non sempre la ritroviamo negli slogan presenti nei social o nei comunicati stampa proposti dalle varie sigle sindacali.

La decisione, poi, di scegliere il 5 maggio come data dello sciopero generale, sapendo che è già stata prescelta per le prove Invalsi, la dice tutta sulla logica del “tanto peggio tanto meglio” che sta accompagnando la discussione su questo disegno di legge. Tanto è vero che il Ministero ha dovuto cambiare data.

E pensare che le prove Invalsi sono una delle poche positive novità degli ultimi anni, per via di una comparazione degli apprendimenti tra classi e tra scuole, una prassi che dovrebbe essere una normalità, un punto fermo.

Scegliere quindi lo sciopero, che in sè è un diritto sacrosanto, per attaccare le prove Invalsi, ma soprattutto per combattere, con notizie non sempre vere, al di lá delle opinioni, il contenuto della Buona Scuola, sapendo delle luci e ombre di qualsiasi proposta di legge, credo faccia poco onore ad un mondo che dovrebbe avere nella ricerca del “pensiero critico” la propria stella polare.

La scuola reale vive, invece, un’ottica di collaborazione, di scambio di esperienze, di condivisione di responsabilità, sapendo che è quotidiana preoccupazione la ricerca della qualità del proprio servizio, secondo una “cultura dei risultati”, per garantire ai propri ragazzi e alle loro famiglie il miglior servizio possibile. Vero “servizio pubblico”.

E’ evidente che il mondo sindacale, in questo frangente, usa le polemiche intorno a questa proposta di legge per difendere se stesso, cioè il proprio ruolo, anche se il contesto è cambiato, tanto è vero che oggi nessuno è più disposto, nella nostra società, ad accettare logiche assistenziali, le stesse che, per difendere le poche persone non adatte o non adeguate ad insegnare, penalizza la gran parte di coloro che ogni giorno fa il proprio dovere con passione e dedizione. Per questo motivo, gli iscritti ai sindacati oggi sono pochissimi, come sono pochi quelli che protestano, nonostante il rumore mediatico, mentre la gran parte dei docenti e dei presidi assiste attonita alle troppe polemiche fine a se stesse.

Qual è il cuore di questa Buona Scuola, al di là, lo ripeto, di luci e ombre? E’ l’introduzione, per la prima volta, dell’”etica della responsabilità”. Sapendo comunque che la responsabilità è anzitutto personale, e non solo collettiva. Questo il punto centrale: la responsabilità è anzitutto personale. Rompere invece il muro di gomma della responsabilità solo collettiva, vero tabù decennale, è un atto di coraggio che va riconosciuto. Al di lá del colore politico del governo pro-tempore.

Quella stessa responsabilità che noi chiediamo agli studenti e che valutiamo al momento degli scrutini, ancora una volta si vorrebbe invece negata nei confronti dei valutatori degli studenti, come di tutti gli operatori della scuola (non solo docenti, ma anche presidi e personale non-docente).

Tutte le altre cose contenute nel disegno di legge sembrano passare in secondo piano: dalla assunzione in massa dei precari (purtroppo senza filtro qualitativo), al buono formazione per i docenti, alla responsabilità riconosciuta ai presidi (che è giusto pensare che debbano passare attraverso una valutazione anzitutto dei nuovi consigli di istituto), al riconoscimento del valore del merito per i migliori docenti, alle risorse che nel complesso ammontano a 3 miliardi di euro all’anno.

Da quanti anni il nostro Paese non investiva nella scuola?

A leggere il dibattito surreale, condito anche di false notizie, si rimane sbalorditi. E’ proprio vero: in un Paese conservatore, come il nostro, bloccato dalle mille posizioni di privilegio e di rendita, si contesta chi vuole cambiare le cose.

E’ una vera contraddizione: gli operatori culturali, che dovrebbero per primi chiedere il cambiamento, visti i nuovi scenari glocali, per dare reali chance di speranza alle nuove generazioni, sono quelli che stanno tentando di bloccare ogni innovazione. Nonostante le ingenti risorse messe a disposizione.

Il punto è quell’”etica della responsabilità” da sempre predicata e poco praticata. La vera svolta.