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Aggiornato il 10.12.2025
alle 08:06

La Bibbia a scuola? Ben venga, e insegnata da esperti

Pasquale Almirante

Perché non da un insegnante di Religione cattolica? Perché occorre uno studioso “laico” non un docente “confessionale” che si è preparato invece per una esegesi che travalica il senso storico e letterario della Bibbia, la sua filosofia interna, compresi i richiami con la letteratura e l’arte, per rimane nell’ambito squisitamente religioso.

È di una evidenza chiara, quanto Massimo Cacciari suggerisce, lasciando al loro mestiere i docenti di religione cattolica che fanno l’apologia della loro fede da trasmettere agli alunni, come è del resto nei programmi che riguardano l’insegnamento della loro materia, che, per tanti osservatori, fra l’altro, si dovrebbe insegnare in orario extrascolastico. E infatti i docenti di Rc sono nominati dai vescovi, non già da una graduatoria.

Chi garantisce cha sappiano, per esempio, la grande tradizione letteraria che c’è dietro il Vecchio testamento? Il Saul e Davide di Vittorio Alfieri, oppure i richiami che Goethe fa a Suleika, la moglie di Putifarre che amò Giuseppe venduto dai fratelli, su cui Thomas Mann imbastì uno dei romanzi più straordinari che un uomo possa concepire?

Giusta l’osservazione di Cacciari di implementare nelle scuole lo studio della Bibbia, ma attraverso un punto di osservazione aconfessionale, scientifico, laico perché su di essa e sulla sua struttura si è concentrato perfino il codice civile e penale. È sulla sua concupiscenza giudaico-cristiana che i tribunali agiscono, è nel Testamento che la nostra civiltà si è formata, a cominciare dal dare a Cesare quel che è di Cesare, alla giustificazione del capitalismo attraverso i tre famosi talenti  che il padre lasciò ai figli e così via, passo dopo passo.

Ed è pure in quei libri che molta parte della nostra apoteosi artistica si è concentrata, anche quando Giuditta scannò Oloferne, in omaggio a un risorto femminismo,  e anche quando i vecchi osservano Susanna o quando ancora Tamara, moglie di Onan,  tenta il suocero Giuda in guisa di prostituta.

Basterebbero, si dirà, gli insegnanti di letteratura italiana o di storia dell’arte. È vero, ma un biblista riuscirà pure a cogliere le contraddizioni della Bibbia già al suo incipit, dove si parla non già di un dio ma di dei, compreso il ruolo delle donne nel vecchio Testamento o i suoi riferimenti alla tradizione Caldea o babilonese e così via.

Ben venga, un’ora di studio della Bibbia, compreso l’esame della lingua che viene adoperata, tra l’Ebraico e l’aramaico, a parte il greco relativo ai Quattro vangeli, e comunque con stili letterari e linguistici che variano a seconda dell’autore e del periodo, nei quali fanno pure capolino, come con intelligenza diceva Voltaire, le culture più antiche e più illustri e raffinate dei popoli con cui gli ebrei, nomadi, vennero a contatto.

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