Oggi cinquecento euro non son più una grande cifra: soprattutto se erogata al lavoratore una volta l’anno, e da spendere entro due anni per l’acquisto di determinati prodotti. Agli insegnanti, però, con i magri stipendi che ricevono, 500 euro annuali in più appaiono ormai come una boccata d’ossigeno irrinunciabile.
Parliamo della “Carta del Docente”: ossia di quel bonus (come va di moda dire oggi, con un’espressione che fa pensare a un grazioso e paternalistico regalo) digitale di 500 euro all’anno, da spendere per prodotti (beni e servizi) utili all’aggiornamento e alla crescita culturale del docente (a tempo indeterminato o — grazie a recenti sentenze — con contratto annuale). Fu istituita dieci anni or sono dall’art. 1, comma 121, della Legge 13 luglio 2015, n. 107, quella nota come “Buona Scuola”, che la definiva «carta elettronica per l’aggiornamento e la formazione del docente di ruolo delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado».
Contro quella legge tutta la categoria docente era entrata in agitazione per mesi. Il culmine della protesta era stato il gigantesco sciopero del 5 maggio 2015 (il più grande della storia della Scuola), preceduto da quello riuscitissimo di alcuni sindacati di base il 24 aprile, e seguito da un’infinità di iniziative di protesta, fino al blocco degli scrutini. La legge entrò comunque in vigore, perché il governo di allora (presieduto da Matteo Renzi) voleva assolutamente farlo passare per trasformare la Scuola in quello che è oggi.
Valutazioni della Scuola attuale a parte, sta di fatto che, inizialmente, la protesta dei docenti si rivolse anche contro la Carta del Docente. Anzitutto perché appariva assurdo non aumentare i già modestissimi salari dei docenti e sperare che questi si accontentassero di un bonus annuale di € 41,66 al mese (1,37 al giorno). In secondo luogo, apparve impensabile alla stragrande maggioranza dei docenti (e dei sindacati) che quei pochi soldi dovessero pure esser spesi come voleva il governo. Se gli stipendi fossero molto più sostanziosi come negli altri Paesi europei (o per altre categorie di laureati italiani), ovviamente i docenti destinerebbero più risorse anche a spese di carattere culturale, visto che la loro è una professione alimentata dalla sete di conoscenza e dal desiderio di condividere il sapere.
Si è invece preferito risparmiare massicciamente, col non aumentare le retribuzioni e col riconoscere a tutti i docenti solo € 1,37 al giorno da spendere in “formazione e aggiornamento”. Quasi a dire: continuiamo a pagarli poco, e diamogli una mancia, da spendere per studiare; otterremo due piccioni con una fava: spenderemo pochissimo in più e mostreremo all’opinione pubblica che li paghiamo per studiare.
Peraltro, il retropensiero del legislatore — ammettiamolo pure — sembra non essere quello di una profonda stima nei confronti della categoria docente.
Dopo i malumori, tuttavia, la categoria si è presto adattata anche a questa mancia, che oggi appare irrinunciabile, benché la somma erogata appaia più irrisoria di dieci anni fa. Secondo l’ISTAT — che non è certo accusabile di allarmismo — la somma di 500 euro del 2015 dovrebbe essere oggi di euro 606, se fosse stata indicizzata all’inflazione ufficiale. La carta del docente ha perso già dunque più del 21% del proprio potere d’acquisto, nella più ottimistica delle ipotesi.
Voci insistenti, tuttavia, parlano già da anni della possibile ulteriore decurtazione di questa già derisoria somma. Si sa, bisogna risparmiare, le spese (in prevalenza militari) incombono, ed ogni governo dell’ultimo quarantennio sa che i soldi basta prenderli dalle tasche dalla categoria professionale che meno sciopera, meno protesta, meno usa i propri diritti e meno li difende. Quindi, probabilmente, per la carta del docente «non ci sono i soldi», e verrà tagliata. Anche se per i docenti — tutti, tranne quelli con coniuge ricco o redditi d’altro tipo — ogni ulteriore taglio è un’amputazione.
Provate a dire a un idraulico «Ti pago meno perché ho troppe spese». O a fare lo stesso discorso alla banca che vi ha erogato un mutuo. Con gli insegnanti invece si può fare, evidentemente. Evidentemente questo significa l’articolo 36 della Costituzione, quando prescrive che «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».
Oppure il docente non è un lavoratore, né un professionista, ma un missionario, che lavora per diletto, o per santificare la propria anima. A una persona così si può fare di tutto, chiedere di tutto, togliere di tutto, dire oggi il contrario di quanto gli si è detto ieri e gli si dirà domani, pagarla ogni tanto con sommette beffarde (come quelle per i “progetti”), canzonarla con dichiarazioni mendaci e contraddittorie, trattarla da quell’essere ridicolo e insignificante che la maggior parte degli italiani pensa sia chiunque abbia studiato tanto e tanto pretenda di insegnare. Infatti, «Il primo nella scuola è l’ultimo nella vita», dicono i saputelli nostrani che si credono superiori a chiunque abbia qualcosa da insegnare; mentre il resto dell’opinione pubblica disquisisce di competenze, “inutili” conoscenze e “nuove” tecniche didattiche dall’altisonante nome anglosassone.
Intanto la Scuola, privata del proprio significato, si prepara a sfornare carne da macello per il mercato del lavoro, come il complesso militare industriale desidera.