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La guerra sconvolge le nostre coscienze

Qualcuno ha notato come la minaccia di un nuovo conflitto globale stia provocando una sorta di disordine morale a livello subconscio. Sarebbe l’idea stessa di ‘guerra’ ad indurre le coscienze più deboli e predisposte a compiere azioni estreme. Assistiamo così ad uno stillicidio di violenza generalizzata e ci accorgiamo che cresce, dentro di noi, diffidenza ed avversione verso gli altri.

Come mai? Un avvenimento sociale di tale portata, qual è la guerra, ha il potere di cambiare sentimenti e comportamenti. Che cos’è infatti una guerra se non la sospensione temporanea del normale codice normativo? Lo scatenamento della dimensione ferina ed istintuale? ‘Acheronta movebo’: Scatenerò l’inferno, scrive Virgilio nell’Eneide, mettendo questa frase, cara a Freud, in bocca alla dea Giunone, inferocita per l’approdo di Enea sulle coste laziali.

Proprio così. La guerra è lo scatenamento degli uomini e dei comportamenti peggiori. Un’esplosione di disordine morale. Specie quando, come nel nostro caso, un conflitto di grandi proporzioni, come quello che potrebbe verificarsi, si somma all’esistenza di regimi autoritari per i quali, a fondamento della convivenza umana, non c’è la ‘forza della ragione’ ma la ‘ragione della forza’.

Riflettiamo. Il fatto che la consapevolezza di guerre irrisolvibili in atto stia scatenando a livello subconscio una violenza panica è la riprova che esiste veramente la ‘coscienza collettiva’ di cui parla il padre della sociologia Emile Durkheim: “La società – egli afferma – ha una consistenza propria rispetto agli individui”. Il che significa che tutto ciò che accade nella drammaturgia sociale, ha risonanze profonde nel nostro subconscio. Gli avvenimenti sociali, per Durkheim, hanno infatti carattere oggettivo. E come tali ci condizionano dall’esterno, attraverso modelli di comportamento, e dall’interno, con l’interiorizzazione, più o meno consapevole, dei modelli stessi.

Tra i modelli negativi, difficili da debellare, c’è l’idea che la guerra sia qualcosa di inevitabile. Specie in questo momento, in cui è evidente che non esiste un potere, sia autorevole che forte, tale da imporre la pace. Per di più è ormai chiaro che c’è chi la pace non la vuole perché ha in animo inconfessabili strategie di conquista. Ripeto. Per qualcuno, le proprie aspirazioni di espansione e di profitto giustificano una catena incalcolabile di distruzione e sofferenza. A pensarci, tutte le guerre nascono da questa ‘idea malata’, risultante, col senno di poi, immancabilmente errata, in quanto la pace finale poggia sempre sui compromessi, mentre il prezzo da pagare per una guerra si calcola in numeri di vittime ed in cumuli di macerie. Ciò nonostante, l’umanità, del tutto incurante della lezione del passato, rischia d’imboccare ancora una volta quel tunnel oscuro che si chiama ‘guerra’.

Eppure, l’ultimo Concilio ci aveva lanciato un messaggio vibrante e sapiente. Che però non è stato ascoltato. Il rischio caratteristico della guerra moderna – si legge nella Gaudium et Spes, 80-82) – consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni … Tutte queste cose ci obbligano a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova. Sappiano gli uomini di questa età che dovranno rendere severo conto dei loro atti di guerra, perché il corso dei tempi futuri dipenderà in gran parte dalle loro decisioni di oggi”. Ancora: “Se non verranno in futuro conclusi stabili e onesti trattati di pace universale, l’umanità, pur avendo compiuto mirabili conquiste nel campo scientifico, sarà condotta a quell’ora, in cui non potrà sperimentare altra pace che quella terribile della morte”.

Una domanda. Ma se l’uomo è incline a distruggere periodicamente ciò che ha, a prezzo di tanta fatica, costruito, come possiamo ancora credere nell’uomo e nell’evoluzione storica? È possibile restare ottimisti? No. In materia storica non è più possibile credere ingenuamente in una evoluzione necessaria della condizione umana, alla maniera illuminista. È legittimo, però, secondo l’espressione di Emmanuel Mounier, professare una sorta di ‘ottimismo tragico’ basato sull’interazione di volontà costruttiva e distruttiva. Sicuri, però, che la base profonda della mente umana è costituita dalla costruttività. In questo caso, anche i momenti di follia distruttiva possono provocare una presa di coscienza a favore dei sentimenti di umanità e solidarietà.

Sarà per questo che ci piace tanto la frase: “Senza la notte, non si vedono le stelle”.

Luciano Verdone

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