Gli Usa, da sempre simbolo della libertà di stampa, in sintonia col Primo Emendamento della Costituzione americana dal 1791, sembra avere smarito, scrive la Voce di New York, la libertà di opinione, una battaglia ideologica che si manifesta con la messa al bando di giornali e libri
Negli Usa, scrive l’organizzazione che difende la libertà di espressione nel mondo letterario, la libertà di leggere e di scrivere è a rischio, come dimostra il suo ultimo rapporto dove è certificata la “nuova normalità” della censura, ormai estesa anche alle scuole.
Si parla di ben 6.870 episodi di messa al bando di libri in 23 Stati, con campagna di censura che hanno colpito 2.308 autori, fra cui: Arancia meccanica di Anthony Burgess, Breathless di Jennifer Niven, Sold di Patricia McCormick, Last Night at the Telegraph Club di Malinda Lo, A Court of Mist and Fury di Sarah J. Maas, Forever di Judy Blume, All Boys Aren’t Blue di George M. Johnson e Damsel di Elana K. Arnold.
Il motivo? La maggior parte delle opere vietate affronta temi legati alla questione razziale, all’identità di genere o con riferimenti sessuali o passaggi su violenza e abusi.
Si fa strada l’idea inquietante, precisa La voce di NY, che la censura possa diventare uno strumento educativo legittimo e allora da mesi Donald Trump tenta di condizionare i media ritenuti ostili e di limitare la libertà d’espressione, mentre si dimentica il leggendario cronista del Watergate ai tempi di Nixon.
Oggi, in Usa, la stampa tradizionale e la radiotelevisione, salvo una piccola fascia indipendente, sopravvivono più come strumenti di marketing che come presidi di libertà, mentre alla disinformazione di massa provvedono gli influencer.
Tuttavia, si fa notare nello stesso tempo, che il problema non riguarda solo l’America. In tutto l’Occidente, e ben oltre, la libertà di espressione deve navigare in un mare tempestoso, tra censure ufficiali, emarginazione sociale, conformismo digitale e tribalismo ideologico.
Da New York a Mosca, da Londra a Delhi, da Abu Dhabi a Pechino: nell’era in cui le piattaforme digitali sono divenute il principale spazio di dibattito, la libertà di parola – che un tempo si esercitava nei comizi, nei giornali, nelle aule universitarie – è scivolata in una zona grigia, dove le regole sono opache e l’arbitro, spesso, è un algoritmo.