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La libertà educativa prima di tutto

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Riceviamo e pubblichiamo un interessante articolo su libertà educativa e costo standard, a firma di Giuseppe Richiedei, già dirigente scolastico e presidente Nazionale dell’A.Ge dal 1995 al 2001, attualmente consigliere nazionale della stessa associazione di genitori.

Siamo, in Italia, così abituati a delegare allo Stato e alla Chiesa l’educazione dei figli che non ci accorgiamo che la “la libertà educativa è la prima e più importante delle libertà”. Solo negli Stati totalitari moderni si è arrivati a interdire ai genitori l’educazione dei figli e a costruire monumenti ai figli che denunciano l’educazione dei genitori. Nemmeno nelle società più oppressive e retrograde si era arrivati a tanto.  D’altro canto quale autentica  libertà può rimanere ad una donna e ad un uomo quando gli  si impedisce la libertà di coscienza, di  pensiero e di parola anche in casa e nel rapporto con i figli? Purtroppo la politica e le ideologie hanno al forza di stravolgere la nostra visione della realtà.

Così lo Stato risorgimentale, mentre assicurava la frequenza gratuita della scuola a tutti, imponeva ai genitori la sua scuola “risorgimentale appunto per formare i nuovi italiani”. Con il ricatto della  gratuità toglieva alle famiglie la “libertà di scelta educativa”. Così non è avvenuto negli altri Stati moderni democratici, dove l’accesso gratuito all’istruzione non ha impedito, ma facilitato la libertà di scelta della scuola.

In mezzo alla notizia

Oggi ci troviamo al Governo due partiti che fanno della libertà il loro vessillo più alto, ma per in educazione non riescono a mettersi d’accordo. Sono riusciti a liberalizzare persino la scelta del vaccino ma non la “scelta della scuola”.

Eppure il modo di liberalizzare il sistema non sarebbe né impossibile né costoso, anzi,  un recente saggio di Suor Monia Alfieri dimostra che potrebbe portare pure ad un risparmio per le finanze pubbliche.  Esattamente come accade in tutti i campi quando al monopolio privato o statale si  introducono elementi di corretta concorrenza e si lascia ai cittadini, non agli ispettori, decidere qual è il loro bene.

La proposta è quella del “costo standard sostenibile per allievo” , inteso come “dote spettante ad ogni persona  per il diritto all’educazione”, bambino o adulto che sia. Diritto ribadito nella Dichiarazione universale, nella Carta dei diritti dell’Unione Europea, nella Costituzione Italiana. Ogni persona, poi, può assegnare “il costo standard già definito dal Ministero”,alla scuola prescelta e ritenuta più rispondente alle proprie libere convinzioni.

La proposta, pur essendo semplice e di immediata comprensione, scatena in Italia una ridda incredibile di obiezioni ideologiche, politiche , burocratiche e  corporative. Eppure vi è solo il  rischio di realizzare in Italia quanto si fa nei  Paesi democratici più avanzati e di risalire nelle graduatorie internazionali, che ci vedono sempre agli ultimi posti per i livelli di apprendimento dei ragazzi. Soprattutto si potrebbe mettere fine alla grave discriminazione nei riguardi delle famiglie meno abbienti,  che sono impedite nel loro diritto sacrosanto alla libertà educativa. Diritto inviolabile, che la “Repubblica dovrebbe garantire togliendo gli ostacoli economici  che ne impediscono l’esercizio (art 2,3, 30 della Costituzione)”.

Le obiezioni pratiche al “costo standard” sono molte e anche in certo qual modo comprensibili, vista la nostra storia e la cultura predominante. Basterebbe che almeno cominciassimo a condividerne il principio di fondo e ne facessimo “criterio guida” nei prossimi cambiamenti e nel confronto tra le forze politiche – sindacali  o tra le scuole e le istituzioni. Molto potrebbe cambiare se nelle trattative tutti condividessimo  “il diritto del bambino e del genitore alla libertà”,  invece di difendere gli interessi di parte: siano essi dello Stato, oppure delle  scuole, del personale, del partito.

I prossimi cambiamenti non sono da poco. Basti accennare al’applicazione del Decreto che istituisce il Sistema integrato di educazione e istruzione per lo 0 – 6 anni  dove il bambino dovrebbe essere posto al centro: “superando  disuguaglianze  economiche, etniche e culturali ..” (art.1)

Con il criterio della “libertà educativa” gli stessi contributi alle scuole paritarie dello Stato, delle Regioni e Comuni non sembrerebbero più benevole concessioni alle scuole, ma interventi per attenuare la grave discriminazione nei riguardi delle famiglie povere  con apposite borse di studio/quote capitarie/costo standard (come previsto dalla legge 62 – 2000, art. 9).

Il criterio del costo standard ci fa vedere sotto nuova luce anche i cambiamenti avvenuti:  la gratuità del nido in Lombardia per tutte le famiglie fino a 25.000 euro di reddito  può essere interpretato  come il “costo standard /quota capitaria (di circa 5000 euro) assegnato al bambino indipendentemente dal nido frequentato sia esso comunale o paritario. Ora se questo è il criterio applicato per bambini da 0 a 3 anni nei nidi, perché non applicarlo dai 3 ai 6 anni per tutte le scuole dell’infanzia, che fanno parte dello stesso “sistema integrato 0 – 6 anni”?

La possibilità di  introdurre  il “costo standard” gradualmente, a partire dalle  fasce più deboli,  non significa con questo declassarlo ad un intervento assistenziale.  Resta a tutti gli effetti “un diritto della persona” che si estende a una platea sempre più vasta a seconda delle  risorse economiche disponibili.

La proposta del “costo standard sostenibile per allievo”, toglie i veli a molti sofismi culturali predominanti e pone  tutti di fronte alle proprie responsabilità nei riguardi dei bambini, delle famiglie ed anche al fondamentale valore della “libertà educativa”.

Giuseppe Richiedei