Il welfare pubblico? Una bestia bicefala, che si cerca di affamare da un lato, non finanziandolo, e di privatizzare dall’altro. Ma questo lo sappiamo già, perché è da decenni che è invalsa questa tendenza, sempre di più accentuata: impoverire la sanità e arricchire quella privata, promuovendola.
Da alcuni giorni, la predisposizione, nel recente decreto-legge sulle pubbliche amministrazioni, della possibilità di inserire un’assicurazione sanitaria privata nel contratto collettivo del personale della scuola.
Sul quotidiano “Domani” è pubblicata una analisi puntuale di questa iniziativa del governo, che in qualche modo fa riflettere, anche perché la copertura per finanziare tale assicurazione andrebbe “a carico della corrispondente riduzione del Fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche”, mentre la “via verso il ritorno alle mutue appare spianata, nella totale dimenticanza che proprio i limiti delle mutue hanno portato all’istituzione del Ssn”.
In ogni caso, l’assicurazione sanitaria privata, aprirebbe “la porta ad un sistema sanitario a due livelli”.
Per un verso le assicurazioni segnano il ritorno al welfare censitario: chi ha i mezzi per pagare, riceve più di altri, in contrasto con l’articolo 32 della costituzione, scordando fra l’altro che la sanità integrativa è pagata da tutti coloro che pagano le tasse, inclusi i lavoratori privi.
Per altro verso le assicurazioni “offrono un’assistenza con profili critici anche per chi ne beneficia, perché è una sanità più costosa e a maggiore rischio di inappropriatezza, in particolare nei confronti di visite specialistiche e accertamenti diagnostici per i quali la redditività è maggiore, così impegnando risorse che, nella contrattazione, potrebbero più proficuamente andare all’incremento delle retribuzioni”.
Inoltre si correrebbe il rischio, in un contesto di crescente finanziarizzazione della sanità privata, di contrastare la integrazione fra servizi, mentre sembra paradossale “che una componente del pubblico si presti a smantellare un’altra parte del servizio pubblico”.
È dunque, spiega l’articolo del Domani, “irragionevole utilizzare i limiti del Ssn per decretare la superiorità delle mutue, tanto più quando i limiti del Ssn, lungi dall’essere intrinseci, dipendono da una mancanza di cura. Similmente, il fatto che una parte degli italiani già gode di una tutela iniqua e inefficiente non è una ragione per estenderla ad altri”.
Da qui la proposta, non già di aderire a questa sorta di assicurazione sanitaria, ma di rilanciare il Ssn, finanziandolo come si deve e attrezzandolo con personale e mezzi. Affamarlo, per indurre anche il personale scolastico al ritorno alle mutue, farebbe il gioco del privato che fra l’altro ha capito bene che per un maggiore guadagno deve accettare le prestazioni pagati meglio dallo Stato.