Home I lettori ci scrivono La necessità di un linguaggio corretto per l’approccio al tema della disabilità

La necessità di un linguaggio corretto per l’approccio al tema della disabilità

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Da troppo tempo, ormai, si assiste nel campo della disabilità, in nome del “politicamente corretto”, all’uso di un linguaggio che distorce completamente la realtà dei fatti.

Eppure sono decenni ormai che gli addetti ai lavori, tra cui l’OMS, al fine di sensibilizzare e promuovere i diritti e il benessere delle persone con disabilità, si adoperano per promuovere l’uso di una corretta terminologia, che rispecchi l’evolversi anche culturale, oltre che concettuale e scientifico, del modo di porsi nei confronti di tale problematica.

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Se si vuole costruire una società inclusiva, è dunque necessario partire proprio dal linguaggio, e prioritariamente dal luogo in cui crescono e si formano le nuove generazioni, ossia dalla scuola. E in tal senso, la figura del docente di sostegno, in quanto addetto ai lavori, risulta determinante.

Il riferimento è, in primis, al termine diversamente abile. Lo si ritrova un po’ dappertutto (su articoli di giornale, servizi giornalistici in TV, siti istituzionali, documenti delle pubbliche amministrazioni, ecc.), anche in canali istituzionali di enti tradizionalmente deputati alla presa in carico delle persone disabili. Vediamo di capire perché tale termine è totalmente inadeguato.

La disabilità è una caratteristica, o condizione, temporanea o permanente, in cui si ha la mancanza di una o più abilità.

La diversa abilità è, invece, una caratteristica che contraddistingue ogni individuo, poiché chiunque in funzione del suo percorso di vita (studi, esperienze, ecc.) ha sviluppato della abilità diverse rispetto agli altri. Ognuno di noi, pertanto, è diversamente abile.

Il termine diversamente abile appare, quindi, come un tentativo maldestro di addolcire con il politicamente corretto qualcosa che, di certo, non può essere addolcito con le parole.

Laddove non si possa parlare di persone e basta, seppure con le loro peculiarità (con disabilità), ma si debbano utilizzare delle etichette verbali, l’unico termine possibile è “disabili” o ancora meglio persone con disabilità (persone disabili).

Tuttavia, sono anche altri i termini semanticamente errati, o comunque sgraditi, se non anche offensivi.

Tra questi, uno molto abusato è handicap, che nel linguaggio comune è erroneamente usato come sinonimo di disabilità, o anche di danno, menomazione fisica o psichica, difficoltà, malattia o sofferenza in genere, e quindi per indicare qualcosa di intrinseco alla persona stessa (handicappato, portatore di handicap).

L’handicap è, invece, uno svantaggio che, per esistere, deve essere vissuto in una determinata situazione, ed è proprio quella situazione che lo genera (si pensi, ad esempio, ad una persona, costretta a muoversi con una sedia a rotelle, nel momento in cui deve affrontare una rampa di scale). Sono, per questo, improprie espressioni come portatore di handicap, poiché non si può decidere se lasciare l’handicap a casa o portarlo con sé, ma la si trova in un determinato contesto, che lo crea.

Non si può parlare, poi, di handicappato, perché una persona non può essere considerata globalmente handicappata o globalmente disabile  (ad esempio uno audioleso non risulta disabile se deve correre, lo risulta invece si deve ascoltare).

È bene riflettere anche sull’espressione “persona in situazione di handicap“, spesso maldestramente utilizzata nel linguaggio di uso comune:

  • Si può vivere una situazione di handicap anche senza essere affetti da una disabilità, ma a causa di una menomazione, ad esempio nel caso di una cicatrice deturpante sul viso, che non crea problemi a livello di abilità ma certamente a livello di socializzazione.
  • Si può vivere una situazione di handicap anche senza essere affetti da disabilità e/o menomazioni. Un esempio di ciò è il seguente:

Un uomo, di professione infermiere, lavora da un po’ di tempo con pazienti che hanno contratto l’AIDS. In considerazione della professione che svolge, benché sia sano, deve sottoporsi periodicamente al test per l’HIV. Non ha alcuna limitazione nelle sue capacità. Nonostante ciò, i suoi conoscenti, sospettando che egli abbiamo contratto il virus, lo evitano. Tutto ciò porta a delle restrizioni significative nelle sue interazioni sociali, nella sua vita sociale, civile e di comunità. Ossia, vive una situazione di handicap a causa degli atteggiamenti negativi assunti dalle persone nel suo ambiente.

Sono termini inappropriati anche:

  • Invalido, che, semanticamente, identifica una persona come “non valida”, il disabile come persona globalmente priva di valore.

Come dire che persone come John Nash (matematico), Stevie Wonder (musicista), Stephen Hawking (fisico), Alex Zanardi (pilota automobilistico), Beatrice Vio – “Bebe” (atleta paraolimpica), Franklin D. Roosevelt (presidente degli Stati Uniti), Michel Petrucciani (pianista), Ezio Bosso (musicista – pianista – direttore d’orchestra) e tante tante altre, sono, o sono state, persone “non valide”.

  • Non vedente, che, sempre in nome di un’errata concezione del “politically correct”, sottolinea ciò che un cieco non può fare.
  • Non udente, che, analogamente al precedente termine è un termine litote, che, con totale mancanza di sensibilità, evidenzia ciò che un sordo non può fare.
  • Sordomuto, termine totalmente errato. Sordità e mutismo, rappresentano due condizioni distinte e separate, e l’una non include l’altra. Nelle persone sorde l’apparato fono-articolatorio è perfettamente integro e funzionante. I bambini sordi appena nati non hanno il feedback uditivo, ma possono acquisire il linguaggio grazie a protesizzazione e terapia logopedica. Con la legge n. 95 del 2006 l’espressione sordomuto è stata abolita e sostituita dalla parola sordo in tutti i documenti e ovunque fosse possibile.

Continuare ad usare tali termini significherebbe regredire, anziché progredire e diffondere la cultura dell’inclusione, significherebbe fare passi indietro verso epoche in cui i disabili erano etichettati come menomati, deformi, o peggio ancora a quando, a Sparta, venivano buttati giù dal monte Taigeto perché ritenuti un peso per la società e non, invece, una risorsa preziosa, come tutte le vite umane. E guarda caso, afferma Jerome Lejeune, “di tutte le città della Grecia, Sparta è l’unica a non aver lasciato all’umanità né uno scienziato, né un artista e nemmeno un segno della sua grande potenza. Forse gli spartani, senza saperlo, eliminando i loro neonati malati o troppo fragili hanno ucciso i loro musici, i loro poeti, i loro filosofi”.

Francesco Pallone