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Aggiornato il 13.11.2025
alle 15:39

La ‘par condicio’ a scuola? Difficile da attuare ma non impossibile, l’importante è che con la scusa dell’‘oggettività’ non s’arrivi alla censura

Giovanna Lo Presti

La Nota ministeriale del 7 novembre scorso, a firma del capo Dipartimento, la dottoressa Carmela Palumbo, ha come oggetto le “manifestazioni e gli eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche”. Preceduto dai necessari rimandi normativi, chi scrive raccomanda che gli ospiti invitati in tali circostanze siano “esperti di specifica competenza e autorevolezza”. Si raccomanda inoltre di “promuovere iniziative che siano coerenti con gli obiettivi formativi della scuola e che contribuiscano, attraverso il libero confronto di posizioni diverse, a favorire una approfondita e il più possibile oggettiva conoscenza dei temi proposti, consentendo in tal modo a ciascuno studente di sviluppare una propria autonoma e non condizionata opinione”.  Tutto questo per il bene degli studenti, i quali devono essere “educati a cogliere la complessità del reale” e devono rifuggire “dalla logica della mera contrapposizione, logica a cui spesso si rifà il mondo dei social media”.

   Ottimo, si potrebbe commentare: facciamo in modo che a parlare agli studenti siano sempre persone istruite ed equilibrate e che si possano liberamente confrontare posizioni diverse all’interno del recinto scolastico.  Gran parte delle testate giornalistiche, parlando di questa circolare, ha letto tra le righe e riassunto dicendo che il ministro, per bocca di un Capo Dipartimento, voglia imporre la par condicio a scuola.

   A me sembra, invece, che ci sia qualcosa di peggio: per quanto la par condicio sia spesso misura ipocrita e difficilmente realizzabile, ci si muoverebbe, se richiesta di par condicio fosse, ancora all’interno di un contesto che considera il dibattito democratico come qualcosa in cui ad un peso debba sempre corrispondere un contrappeso.

Ma basta inserire la circolare nell’humus che la nutre, basta uscire dall’astrattezza burocratica    del testo e far riferimenti al contesto reale e subito quel testo, apparentemente freddo e apparentemente equilibrato, ci si rivela per quello che è: introdurre la visione di chi governa quasi come se fosse l’unica visione accettabile e giusta e censurare le voci contrarie, con la scusa dell’“oggettività” e per evitare l’“indottrinamento”.

  Quest’anno abbiamo avuto diverse notizie di incontri previsti ed approvati dalle scuole e poi cancellati all’ultimo momento. Il caso più recente, che peraltro ha toccato la formazione dei docenti, è il convegno La scuola non si arruola cancellato da un giorno all’altro perché giudicato non coerente con i temi previsti per la formazione. Essere contro la guerra a me pare necessario se si vuole educare alla pace; va da sé che che questa posizione può portare alla critica delle intromissioni delle Forze Armate all’interno delle istituzioni scolastiche; va da sé che, rispetto al conflitto israelo-palestinese la condanna del governo di Israele deve essere netta e nessun contraddittorio si potrà dare con chi sostiene la tesi contraria.

Eppure il corso di formazione La scuola non si arruola, promosso da un ente accreditato in collaborazione con l’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle scuole e delle Università, è stato cancellato d’ufficio e l’ente promotore ha subito la minaccia di perdere l’accreditamento presso il MIM.

   Ad ottobre qualcosa di analogo era accaduto al liceo “Righi” di Roma. Era bastato l’intervento del deputato leghista Rossano Sasso per annullare una conferenza sul massacro del popolo palestinese,  peraltro approvata dal Consiglio d’Istituto e che prevedeva l’intervento di  ospiti esterni.  Secondo Sasso l’incontro era a “senso unico”. La migliore risposta a questo intervento dall’alto è venuta dagli studenti: «È normale chiedere un contraddittorio sulla morte di 70.000 persone? È normale dare un valore diseducativo alla storia?».

Infine, sebbene questo ultimo esempio non abbia come sfondo una scuola, è recente la notizia che a Torino, presso il Polo del Novecento, sia stata cancellata la conferenza di un noto storico, Angelo D’Orsi. È bastato il titolo della conferenza (Russofobia. Russofilia. Verità) per portare “Europa radicale” e un’associazione ucraina a far pressione, subito ascoltati e appoggiati da Pina Picierno  e Carlo Calenda per proporre (meglio sarebbe dire: “imporre”) la cancellazione dell’intervento dello storico. Pina Picierno è un’europarlamentare del PD, attualmente vicepresidente del Parlamento europeo e Calenda è il segretario di Azione.

Ora, è pur vero che tra le domande che compaiono sulla pagina Google interrogata su Carlo Calenda la prima è: “Calenda è di destra o di sinistra?” ed anche chi scrive, interrogata su questo stesso punto, avrebbe qualche perplessità. Ma resta il fatto che contro il professor D’Orsi si sono mossi non membri del Governo ma gli esponenti di due partiti all’opposizione.

  In questo caso, risulta ancor più chiaro che il pericolo che corre la nostra democrazia è grande: chiunque si muova fuori dalla corrente o, se preferite un’altra metafora, canti fuori dal coro è, perciò stesso, tacitato, zittitto, presentato in cattiva luce.

    Per quel che accade fuori e dentro le scuole si deve essere preoccupati: il rispetto soltanto formale della libertà d’espressione e la scappatoia della par condicio hanno senz’altro limiti forti ma il passo successivo, la censura, è davvero peggio e non può passare sotto silenzio.

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