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La pessima Scuola di Renzi

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Non si avverte più odore di O.M., Leggi e Graduatorie, ma sale acre quello degli articoli 74, 75 e seguenti del codice civile, ovvero gradi di parentela e affinità, ovvio, con il dirigente scolastico, oggi, padre padrone. Infatti il Governo Renzi sarà ricordato per l’istituzione del preside manager, una figura di padre padrone dotato del potere di chiamata diretta dei docenti, ma anche di quello di conferire un aumento stipendiale, dopo avere consultato gli organi del suo istituto.

Dove non è riuscito Berlusconi e Gelmini, con il Ddl Aprea, lì è arrivato il governo guidato dal Pd che realizza un vecchio sogno ricorrente, quello di una scuola compiutamente aziendalista, e gerarchica. Ma, non basta, a questo dirigente dotato di super poteri verrà concessa la parola finale sulla formazione dei docenti che avverrà nell’istituto dove lavora. Gli aumenti di stipendio basati sul merito saranno conferiti dal preside in base ad un raking degli insegnanti e dei team dei docenti che lui avrà scelto. Una frase pronunciata dal ministro dell’Istruzione in un question time, ieri, alla Camera, è utile per spiegare questa trasformazione genetica delle forme democratiche nella scuola.

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L’autonomia funzionale e organizzativa delle scuole sarà fortemente collegata al potenziamento della pseudo responsabilità del dirigente scolastico. Al preside saranno inoltre attribuiti strumenti sia finanziari sia funzionali collegati a un piano di valutazione dei docenti scelti sulla base di un progetto educativo e al piano triennale dell’offerta formativa. Questa trasformazione era già contenuta nelle linee guida della Buona Scuola presentata il 3 settembre 2014.

Il Governo ha fatto tuttavia inversione rispetto ai tanto decantati scatti di merito che avrebbero, il condizionale è d’obbligo, dovuto trasformare radicalmente la carriera dei docenti. Dopo la sonora bocciatura di questo progetto avvenuta nella consultazione online il governo ha mantenuto gli scatti d’anzianità. In realtà si tratta di una battuta d’arresto clamorosa che rappresentava il pilastro della riforma insieme alle assunzioni dei precari. A conti fatti, si sarebbe trattato di aumenti risibili, scegliere di tornare agli scatti d’anzianità non risolve granché, il contratto nazionale della scuola è bloccato dal 2009, e, sembra che lo resterà a lungo. Il sovradimensionamento del ruolo del dirigente scolastico è il segno che il governo non si è tuttavia rassegnato e continua a perseguire il suo progetto neo manageriale.

Nel 2016 sono previsti 200 milioni d’euro per la valutazione del merito dei docenti. Altro capitolo, spinosissimo, è quello delle assunzioni, dalle 148 mila annunciate a settembre il governo ha fatto marcia indietro e assumerà, a quanto è dato sapere, 107 mila docenti precari nelle Graduatorie ad esaurimento, comprensivi degli ultimi vincitori del concorsone del 2012. Le assunzioni saranno la fine di un percorso, non l’inizio ha aggiunto Renzi in maniera molto enigmatica. Tra gli assunti non ci sono i 23 mila docenti della scuola dell’infanzia. Per questi ultimi si prepara un purgatorio di un anno e si è rimandato alla legge delega. Nel frattempo gli idonei al concorsone promettono, di certo, ricorsi a valanga contro il governo e il blocco del concorso per il 2016. Migliaia di docenti titolati, ma che sono rimasti fuori dalle Gae, rischiano seriamente di bruciare anni di studi e lavoro nella scuola. I loro diritti non verranno riconosciuti, ma, per Renzi è una rivoluzione strepitosa che sana una ferita ventennale. Non la penseranno così i precari apolidi dell’insegnamento, molti dei quali hanno svolto più di 36 mesi d’insegnamento e dovrebbero essere assunti, come impone la sentenza della Corte Ue. Al parlamento vengono lasciati tempi ridottissimi per l’approvazione del Ddl, ma, Renzi si è detto ottimista.

Resta sembra in ballo un decreto d’urgenza sulle assunzioni se le camere non risponderanno al ricatto. Il rottamatore ha rottamato gli anni, siamo tornati a prima del 1974 e di certo le Trade Unions , sono oggi più attuali che mai, si batterono per emancipare la vita dei lavoratori dalle condizioni di sfruttamento nelle quali quotidianamente vivevano e per l’aumento dei miseri salari, ma, era il 1874.