“Sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti”: sono parole che toccano quelle pronunciate, in una lettera dettata “con la voce ancora flebile” al suo legale, dalla professoressa Chiara Mocchi, non molte ore dopo essere stata accoltellata da un suo studente, probabilmente per motivi vendicativi e in modo premeditato, in un corridoio della scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, e un’operazione chirurgica delicata che ha costretto i medici a collocarla in un primo momento in terapia intensiva.
“Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace – ha detto la professoressa di francese al suo avvocato – avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare. Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità”.
“Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi”, ha ancora detto la docente, ringraziando tutti coloro che l’hanno soccorsa e sostenuta, a iniziare dagli studenti.
Ma cosa si può fare per evitare che un fatto increscioso di questa portata possa ripetersi? “Credo che di fronte a questi fenomeni – ha commentato il segretario di Stato vaticano, cardinal Pietro Parolin – ci sia bisogno anche di un intervento normativo che nella misura del possibile prevenga ed impedisca questi episodi. Non è da escludere però, allo stesso tempo, va considerato che è una questione di più ampia portata, di valori. Quali sono i valori che noi trasmettiamo ai nostri giovani e che impediscono queste degenerazioni? È fondamentale l’educazione”.
“Senza voler accusare nessuno, mi chiedo come sia possibile che un ragazzo di 13 anni sia uscito di casa armato di un coltello e di una pistola scacciacani: è chiaro che questo episodio va inserito nel più ampio quadro dell’emergenza educativa che deve essere affrontata da molteplici punti di vista”, ha detto all’Adnkronos Suor Anna Monia Alfieri, cavaliere al Merito della Repubblica ed esperta di politiche scolastiche.
Quindi, la suora si sofferma “sull’importanza della regola, della responsabilità individuale: al diffuso senso di impunità è da ascrivere buona parte della responsabilità del disagio giovanile. Certamente, in una situazione come quella che si è verificata a Trescore, sarà necessario l’intervento di psicologi nel gestire l’impatto inevitabile che una violenza commessa davanti alla scuola avrà sicuramente sui giovani studenti che hanno assistito alla scena. Rivolgo poi anche un appello a non lasciare da solo lo studente che ha commesso la violenza, a non isolare nè lui nè la sua famiglia“.
La suora ritiene, infine, che alcune avvisaglie sui comportamenti anomali del ragazzo (come la sua scarsa socializzazione con i ‘pari’ e gli annunci su Telegram) si sarebbero probabilmente potute scorgere e approfondire. E chi doveva o poteva vedere potrebbe essere venuto meno a questo dovere.
“Esiste una responsabilità individuale, ma – continua Suor Anna Monia Alfieri – esiste anche una responsabilità collettiva che porta a compiere scelte che tutelino sia la vittima sia l’aggressore, e questa tutela passa anche dall’indagine circa le responsabilità, i segnali trascurati, le eventuali mancate segnalazioni. Prego per la comunità di Trescore, prego per l’educazione dei nostri ragazzi, perché troppo spesso constato l’abdicazione degli adulti al loro dovere educativo”.
La domanda, allora, sorge spontanea: chi avrebbe dovuto scorgere i segnali? Probabilmente, prima di tutti la famiglia del giovane. Ma anche gli amici e chi lo frequentava. Certamente, anche la scuola. Per farlo, però, serviva attenzione: quella che in classe, soprattutto quando gli alunni sono tanti, non è così facile portare avanti.
Un esempio: una docente di francese, come la professoressa Chiara Mocchi, svolge in media due ore a settimana di lezione per classe; quindi si ritrova assegnata nove classi, che corrispondono a circa 200 alunni. In questo contesto, come si può pensare che possa riuscire a scorgere segnali (spesso non evidenti) di potenziale devianza in uno o più alunni? E se anche dovesse rendersi conto, a quale esperto, all’interno della scuola, potrebbe indirizzare lo studente?