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02.05.2026

La scuola aiuta a “trovare lavoro”? Frassinetti dice che il 4+2 sta dando buoni risultati, ma forse ci vuole ancora tempo per capire se sta cambiando davvero la tendenza

In occasione della ricorrenza del 1° maggio, la sottosegretaria all’Istruzione  Paola Frassinetti ha colto l’occasione per fornire qualche dato sul tema rapporto scuola lavoro anche per sottolineare i buoni risultati che la riforma del percorso tecnico-professionale 4+2 sta offrendo ai giovani e alle aziende.
Ma, proprio in queste stesse ore il portale specializzato La Voce ha pubblicato un rapporto firmato da due importanti economisti (Eleonora Trentini e Michele Giannotti) che sembra proporre un quadro molto diverso.

I due studiosi sostengono che i dati sull’offerta di lavoro, suddivisi tra occupati, disoccupati e inattivi, mostrano a prima vista un quadro di sensibile miglioramento. Rispetto al 2019, l’andamento degli occupati ha registrato una crescita costante fino ad arrivare a circa 23,3 milioni di persone a lavoro, la cifra più alta da quando esistono queste serie storiche. Allo stesso tempo il numero dei disoccupati, cioè di chi non ha un impiego ma ne cerca attivamente uno, ha subito una contrazione drastica, scendendo nel 2025 sotto 65, fatto cento il valore del 2019. Anche il numero degli inattivi, che sono invece quelle persone che non hanno un lavoro e non lo cercano, dopo la pandemia si è stabilizzato su livelli inferiori al passato.
I dati dunque suggeriscono nel complesso una maggiore mobilitazione della forza lavoro potenziale.

Ma c’è un ma: il rischio è che si tratti di una crescita trainata da settori a basso valore aggiunto, come il turismo,  e i servizi meno qualificati, e di una spinta temporanea legata ai bonus edilizi destinata a essere riassorbita, lasciando irrisolti i nodi della produttività e della qualità del lavoro in Italia.

Al contrario per un mercato del lavoro permanentemente solido, servono riforme strutturali che tengano in considerazione l’occupazione femminile, le regole fiscali e contributive e il ruolo dei giovani in un’economia che ha smesso di innovare.

In Italia esiste poi un problema strutturale che riguarda le differenze territoriali e quelle di genere.

Il fenomeno rivela profonde differenze tra il nord e sud Italia. La Valle d’Aosta è la regione che registra il minor divario tra occupazione maschile e femminile (meno di 7 punti percentuali). Andando verso Sud, la differenza si allarga drasticamente, fino a toccare valori molto alti nel Mezzogiorno: in Puglia, la differenza nel tasso di occupazione tocca il suo valore massimo, con 26 punti percentuali.

Secondo Trentini  e Giannotti, al sud la carenza di servizi all’infanzia, le barriere culturali e una struttura industriale meno diversificata continuano a penalizzare sistematicamente le donne.

Spostandoci dal genere all’età, l’Italia ha il tasso di occupazione giovanile più basso d’Europa: solo il 47,6 per cento delle persone tra i 20 e 29 anni risulta occupato.

Questo dato, così basso rispetto ad altri paesi europei come Germania o Paesi Bassi (dove l’occupazione giovanile supera stabilmente il 75 per cento), denota un mismatch profondo tra formazione, domanda e offerta di lavoro. Mentre nel resto d’Europa il passaggio dall’istruzione al lavoro è fluido e spesso integrato, in Italia questa transizione appare bloccata.

Ma si pone anche un problema di non poco conto sul tema della occupazione giovanile che, sempre a parere dei due ricercatori, potrebbe spesso nascondere una partecipazione massiccia a settori caratterizzati storicamente da un’alta incidenza di lavoro irregolare, come il turismo e la ristorazione. Se i giovani lavorano, ma lo fanno in maniera irregolare, non solo rimangono invisibili, ma restano privi di tutele, contributi e prospettive di crescita salariale, alimentando quel circolo vizioso di bassi salari.

Il quadro di erosione dei redditi reali si completa con un dato sulla povertà giovanile. In Italia, quasi una giovane persona lavoratrice su dieci vive in condizioni di povertà relativa, una quota del 9,2 per cento che supera la già alta media europea dell’8,8 per cento. Il fenomeno dei lavoratori poveri non è solo un riflesso dei bassi salari, ma è il risultato combinato di contratti precari spesso irregolari, part-time involontario, alte quote contributive e una frammentazione dei percorsi lavorativi che impedisce ai giovani (nella fascia 16-29 anni) di raggiungere una soglia di sussistenza dignitosa, nonostante l’impiego.

Insomma, per poter dire che il modello 4+2 sta cambiando la scuola e il rapporto fra istruzione e mondo del lavoro bisogna attendere anche un po’ di anni fino a quando, almeno, i cambiamenti siano diventato stabili e strutturali.

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