È ormai sotto gli occhi di tutti che la condizione che si respira nella società italiana, e più in generale in quella occidentale, possa essere definita come una “società della rassegnazione”. Siamo immersi in un paradigma di consumo, assuefazione e apatia, dove un’indifferenza intellettuale e morale sembra aver anestetizzato le coscienze. Sebbene l’origine precisa di questo virus che infesta il corpo sociale non sia ancora del tutto nitida, i suoi effetti sono inequivocabili: una profonda sfiducia condiziona i cittadini, spingendoli a chiudersi in un individualismo difensivo che impedisce il miglioramento della comunità e atrofizza le potenzialità latenti. Questa chiusura colpisce in modo particolarmente violento i cittadini più piccoli, i bambini, che per natura sono invece sempre disponibili a porsi come “protagonisti attivi” della propria esperienza. Zygmunt Bauman, nelle sue riflessioni sul legame tra consumo e identità (“Consumo, dunque sono”), ha tracciato un identikit spietato di questo mondo: una società competitiva e visibile che trasforma tutto in merce.
Ma ciò che appare ancora più grave è lo stato di frustrazione a cui siamo pervenuti, una frustrazione che si rivela come impotenza e incapacità di ribellarsi a tutto ciò che non rientri nella spasmodica ricerca di una felicità effimera. Quest’ultima si materializza spesso nella fruizione di prodotti materiali o in illusioni mitiche che la comunicazione di massa sciorina incessantemente, esercitando un fascino violento e paralizzante.
Oggi, questa impotenza è tragicamente alimentata dal rumore di fondo delle guerre che straziano i confini della nostra Europa e del mondo. Il conflitto bellico, filtrato attraverso la mediazione violenta degli schermi, rischia di essere recepito dalle nuove generazioni come l’ennesimo “prodotto” visivo, un evento ineluttabile di fronte al quale non resta che la paralisi o, peggio, l’abitudine.
La guerra è la negazione suprema della partecipazione; è il trionfo della logica del più forte sulla forza del diritto e della parola. Se ai bambini scioriniamo immagini di distruzione senza offrire loro gli strumenti per decodificarle e senza coltivare in loro un’etica della pace attiva, non faremo che alimentare quel senso di scacco che porta alla rassegnazione. A questa dinamica si aggiunge la frammentazione dell’attenzione digitale, che polverizza il tempo in una successione frenetica di stimoli, riducendo la capacità dei bambini di tollerare l’attesa e il silenzio, precondizioni necessarie per ogni autentico pensiero critico. Davanti a questa analisi, sorge spontaneo un interrogativo critico: la scuola è realmente attrezzata per fare da contraltare a tutto ciò? Se guardiamo alle risorse strutturali, alla morsa della burocrazia e all’isolamento in cui spesso i docenti operano, la risposta rischierebbe di inclinare verso l’ennesima forma di rassegnazione. Eppure, l’essere “attrezzati” per la partecipazione non è solo una questione di investimenti tecnologici o di organici; è una questione di postura pedagogica. La scuola è attrezzata se riesce a liberarsi dal mito della performance immediata e se accetta di essere, come diceva don Milani, il luogo dove si impara a “sortirne insieme”. Come insegnanti ed educatori, dobbiamo chiederci se l’istituzione scolastica sia ancora in grado di resistere alla deriva di una didattica frontale e meccanica che miete vittime ogni giorno. È necessario e urgente ripensare le nostre pratiche, riconsiderando la persona dell’alunno come un essere che va formato alla partecipazione sin dalla Scuola dell’Infanzia, coinvolgendolo in ogni proposta e rifuggendo quelle forme di accesso alla cultura che derivano da un condizionamento esterno. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare come la rassegnazione degli adulti spesso si rifletta nell’apatia dei giovani, creando un circolo vizioso che solo una comunità educante coesa può spezzare.
Non si tratta solo di istruire, ma di resistere culturalmente, rivendicando il diritto a una scuola che sia un’isola di senso e di riflessione profonda. Il compito della pedagogia moderna è quello di iniettare precocemente nei bambini gli anticorpi degli atteggiamenti partecipativi. Solo così potranno crescere nell’ottica della responsabilità, della libertà intellettuale e della solidarietà, in modo congruo con gli obiettivi di una società realmente democratica.
Educare alla partecipazione significa oggi sottrarre l’infanzia alla dittatura dell’istante e alla rassegnazione della violenza, restituendola alla sua vocazione civile: un percorso in cui ogni individuo impari che la pace e la libertà non sono beni di consumo pronti all’uso, ma conquiste quotidiane che richiedono una presenza consapevole, critica e profondamente umana. In questo sforzo collettivo, la nostra bussola resta l’insegnamento di chi ha visto nella scuola l’unico vero motore di emancipazione, ricordandoci, come scriveva Don Lorenzo Milani in Lettera a una professoressa, che il contrario dell’indifferenza è la cura: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.